Link Amazon al libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”: https://amzn.to/2RtclBo
Seconda parte di questo viaggio nella mia libera interpretazione del libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”, di Le Yen Mai, rivisitato in chiave running.
In ogni caso, sintetizzo dicendovi che ho letto questo libro di cui sopra, ricco di spunti interessanti circa il modo di vivere giapponese. Ci sono al suo interno molti approcci filosofici che possiamo fare nostri. Alcuni di questi li ho selezionati e declinati per chi, come noi, ama correre.
Itadakimasu: l’inno alla gratitudine
In Giappone c’è un detto che suggerisce di avere la pancia piena all’80%. Cioè, di non mangiare fino a piena sazietà, ma di mantenere il corpo non appesantito da un eccessivo consumo di cibo. È uno dei loro pilastri per vivere in salute.
Un po’ come accade in casa. È importante che nello spazio in cui viviamo non si accumulino troppi oggetti. Ed il segreto per riuscirci è imparare ad apprezzare le cose che abbiamo
Infatti “itadakimasu” viene spesso detto dai giapponesi quando ricevono del cibo.
Per certi versi, è paragonabile al nostro “buon appetito”, ma in verità ci sono delle sfumature ben diverse.
È di fatto un annuncio di gratitudine nei confronti di ciò che si riceve da mangiare.
Non indica un ringraziamento o un buon augurio verso gli altri commensali, ma è un gesto di devozione e rispetto nei confronti della pietanza stessa e di chi l’ha preparata.
È anche gratitudine nei confronti della natura, consapevoli che a volte per la realizzazione di un piatto è stata sacrificata una vita.
Ma non solo: anche per chi ha lavorato prima. Chi ha coltivato il terreno, allevato gli animali, preparato il piatto, ecc
Nella cultura giapponese, filosofica e spirituale, c’è il riconoscimento della forza vitale e dell’energia racchiuse nella natura.
Shinrin-yoku: l’antica pratica del bagno nella foresta
In verità non è solo il semplice fatto di fare un bagno in un bosco. Significa immergersi totalmente nell’atmosfera della natura e godere dell’esperienza attraverso tutti e 5 i sensi. Nel connettersi al verde e alla natura con sensazioni fisiche ed emotive.
Acquisire coscienza della realtà che ci circonda e stabilire una connessione con quei luoghi della natura che sanno rigenerarci e che sono parte del nostro patrimonio genetico.
Il contatto con la natura per l’uomo è un bisogno fisiologico.
Come una sorta di richiamo ancestrale, atavico verso il luogo che ci ospita.
Perché siamo geneticamente programmati per amare la natura: è scritto nel nostro DNA.
Praticando lo shinrin-yoku ci si accorge di come il contatto con la natura sia indispensabile per il nostro benessere psicofisico.
Stando in ambienti chiusi le nostre percezioni tendono ad assopirsi. Invece, quando siamo fuori di casa e dalla zona di comfort siamo più attenti e ricettivi. Le sensazioni si amplificano
Si esorteranno i sensi a vivere nuove esperienze.
Quando siamo in armonia con la natura, corpo e mente tornano a trovarsi in equilibrio. E a loro volta sono perfettamente sintonizzati con il mondo circostante.
Quella dello shinrin-yoku è un’arte antica: un modo efficace per curare stanchezza, stress, depressione, apatia e tutti i disturbi causati dai ritmi sostenuti dalle nostre vite sempre più frenetiche.
Serve per migliorare l’umore, rinfrancare lo spirito, rinforzare il sistema immunitario. Dà benefici psicologici e fisici.
Ovviamente, per viverlo al meglio occorre andare offline. Staccandosi dallo smartphone, dalle mail, dai social, ecc.
Ad ogni modo, per praticare lo shinrin-yoku non è necessario andare in Giappone. Si può metaforicamente fare anche qui da noi. È sufficiente un bosco, un parco. Un luogo verde, dove godere di pace. Da usare come rifugio, quando la frenesia della quotidianità ci schiaccia. Un posto dove i suoni assordanti della città non possono arrivare, restando lontani, in un’altra dimensione. Quello dev’essere un ambiente dove creare una connessione con la madre Terra.
Hanasaki: come vivere più a lungo
Il tempo non si può fermare. E occorre prendere coscienza di questo aspetto. Anche quando ci rendiamo conto di essere diventati adulti o quando ci rendiamo conto che i nostri genitori stanno invecchiando.
L’hanasaki ci insegna ad affrontare lo scorrere del tempo con consapevolezza. Non siamo immortali, ma possiamo seguire delle buone abitudini per migliorare il nostro stile di vita.
Alimentazione. Mangiando con moderazione, come già accennato anche precedentemente. Ma questo vale anche per qualche vizio, il vino o il cioccolato. Ci sta, ma in quantità moderate, solo quando se ne sente il desiderio. Così da gustarli di più, perché non sono cose da tutti i giorni.
Inoltre, avere orari precisi in cui consumare cibo aiuta ad avere una vita più ordinata sotto molti aspetti.
Poi, occorre mantenere la mente lucida, allenata. Evitando l’attaccamento agli oggetti
È necessario del tempo per ragionare e anche meditare. Cercando, quando necessario, il silenzio.
Occorre essere curiosi. Cercando di imparare sempre, a qualsiasi età, cose e gesti nuovi
Sprecare il tempo in attività futili potrebbe intorpidire il nostro cervello.
Ma non c’è mente senza corpo.
Pensate che dal 1928, tutti i giorni ininterrottamente, viene trasmesso in radio un programma chiamato “Radio Taiso”. Tradotto letteralmente “Ginnastica alla radio”.
Progettato affinché tutti, giovani ed anziani, possano partecipare e seguire gli esercizi proposti. Senza necessità di attrezzatura, tutto a corpo libero.
Viene usato anche nelle scuole come riscaldamento pre educazione fisica o in aziende per alzare il morale e costruire il senso di unità del gruppo.
Lo sport per loro è essenziale. E l’attività fisica stessa la è. Come modo per restare in salute, ma anche per costruire relazioni con colori che, come noi, hanno deciso di mantenere sano il proprio corpo.
Non devono per forza essere sport di squadra. Anche correndo o praticando yoga verrete a contatto con moltissime splendide persone.
Infine, l’hanasaki ricorda che l’importante non è vivere cent’anni, ma essere felici durante il periodo che ci è concesso vivere sul nostro pianeta.
Ikigai: la ragione per cui alzarsi al mattino
Europeizzando il concetto, potremmo definirlo come la “reason why”. Ma sarebbe un po’ riduttivo.
Ikigai significa riconoscere il proprio ruolo nel mondo ed imparare a vivere con un costante senso di soddisfazione e appagamento.
A ciò si accompagna una forte autorealizzazione, la sensazione di sentirsi vivi, l’avere dei progetti e il trovare una ragione che ci spinga ad alzarci dal letto la mattina con entusiasmo.
Trovare il proprio ikigai vuol dire liberare lo spazio, o meglio la mente, e concentrarci su cosa ci rende vivi e soddisfatti. Pertanto merita di trovare un posto di primo piano nella nostra esistenza.
Per farlo con successo, occorre anche guardare dentro sé stessi ed imparare a conoscersi.
Può sembrare difficile, ma a volte può bastare una semplice scintilla. E pensare ad un sogno che non abbiamo avuto mai il coraggio di realizzare.
È importante riflettere su cosa ci rende felici ogni giorno, sulle cose che ci fanno saltare fuori dal letto in anticipo anche nei confronti della sveglia, trepidanti.
Non è la prima volta che parlo dei propri perché in questo podcast. Ricorrono spesso nei miei pensieri, proprio perché li ritengo fondamentali.
L’ikigai può essere “contagioso” e condiviso per certi versi. Perché lo spirito di appartenenza ad una comunità è una componente fondamentale di questa filosofia, che prevede non solo la ricerca di qualcosa che amiamo, ma anche in cui ci riconosciamo.
Dopo parecchi mesi di tentennamenti è arrivato il caldo.
E quale periodo dell’anno più scontato di questo per parlare di idratazione.
Del resto, non può esistere un’estate in “Da 0 a 42” dove almeno in un’occasione si parli di questo argomento. Infatti, sarà davvero banale sì, ma tanto viene sempre fuori qualcosa di nuovo su cui chiacchierare.
Ed allora stavolta faccio una bella carrellata di tutte varie modalità con le quali è possibile (ed oserei dire consigliato) portare acqua ed in generale i liquidi durante le vostre uscite.
Piccola e veloce premessa: questi elementi sono principalmente pensati per il trail, dato che chi corre su strada ha accesso a fontane, bar o comunque luoghi di ristoro più facilmente. Tuttavia, mi sento lo stesso di consigliarne l’utilizzo anche per correre in città, perché ad esempio un mezzo litro d’acqua fa sempre comodo ed io appunto me lo portavo dietro ben prima di passare alla corsa su sentiero, anche in inverno.
Partiamo allora dalla cosa più piccolina, arrivando a quella più capiente, cercando di fare una bella panoramica su tutto quello che si può fare sul tema, con pro e contro di ogni oggetto, con anche alcuni ulteriori consigli e strumenti utilizzabili.
Bicchiere soft flask
Questo in verità non serve per trasportare i liquidi in quanto bicchiere. E con questa affermazione potrete chiamarmi Capitan Ovvio.
Ci stanno all’incirca 200/250 millilitri, ma dipende un po’ da quale modello comprate. Però, specie in periodo di Covid e pandemie mondiali, è un buon metodo per bere in modo più sicuro dalle fontane pubbliche.
Inoltre, essendo riutilizzabile, è anche un piccolo gesto green nei confronti della natura, consentendoci così di non sprecare bicchieri di plastica usa e getta, questo in special modo durante le gare, casomai fosse permesso rifornirsi autonomamente da una fontana o un punto acqua.
In più, essendo “soft flask” è fatto di un materiale morbido e resistente, che consente di accartocciarlo in una qualsiasi tasca per portarlo comodamente ovunque. Al momento del bisogno basta srotolarlo ed il gioco è fatto.
Pro: Comodo e multiuso. Non pesa praticamente nulla. Contro: Non consente di portare con sé l’acqua.
Borraccia nascosta
Tecnica non esattamente professionale, ma comunque efficace per determinate situazioni. Tra l’altro di questa mossa ninja ne aveva parlato anche Simone Luciani di Esco a Correre in un video di poche settimane fa. Ma in cosa consiste esattamente?
Se fate percorsi su strada ad anello, potete piazzare una bottiglietta di plastica in un luogo tattico un po’ nascosto, da recuperare ad ogni passaggio. Così potrete correre senza niente in mano. Una volta arrivati al punto segreto vi fermate, recuperate la bottiglia, bevete, la rinascondete e ripartite. Mi raccomando, recuperatela all’ultimo giro o a fine allenamento. Anche se siamo tutti quanti fan delle bottiglie di vetro o alluminio, in questo caso forse potrebbe essere meglio una bottiglia di plastica, che dà meno nell’occhio, rispetto ad una borraccia termica seria.
In aggiunta o anche in alternativa a questa soluzione c’è la fontana. Se il vostro luogo dove avete riposto la bottiglia è vicino ad una fontana, potrete anche ricaricarla.
Ovviamente, potete anche invece optare per la soluzione della fontana sul percorso, senza l’ausilio della bottiglia.
Pro: non vi dovete portare niente dietro. Simulate per certi versi la situazione che vivrete in una gara su strada, dove i ristori sono piazzati ogni tot km, solitamente 5.
Contro: non è una soluzione molto professionale. Siete costretti a seguire dei tracciati circolari. Dovete per forza fermarvi per bere. Dovete recuperare la bottiglia al termine dell’uscita.
Borraccia soft flask
Dello stesso materiale del bicchiere nominato poco fa.
Ne esistono vari marchi e dimensioni. Si va da quelle più piccole, da 150/200 ml fino al mezzo litro, in rari casi anche da 600 ml.
Il vantaggio di queste borracce è che quando si svuotano fanno una sorta di effetto compressione, occupando sempre meno spazio man mano che si beve. Così, non solo non occupano spazio, ma limitano anche l’effetto sciabordio delle onde: quel rumore d’acqua che sbatte ad ogni passo, che non sta simpatico proprio a tutti.
In più non è necessario inclinare la testa per bere, specialmente quando è bella piena, perché il sistema è pensato per far salire il liquido solo aspirando dalla cannuccia.
Se fate delle gare di ultra running probabilmente non ascolterete questo podcast. Ma a parte questo, il mio consiglio è di prenderle con il collo largo, perché se ve le riempiono al ristoro con le caraffe e avete quelle con l’apertura stretta, di acqua ce ne finirà davvero poca. Sarà più quella che finirà fuori che altro. In più avere l’imboccatura larga aiuta anche voi se volete inserire più agilmente i vari integratori da sciogliere nell’acqua. E’ giusto prestare attenzione anche alla marca e a quanto spendete quando le comprate, perché quelle create da Amazon, tanto per fare un esempio, sono costruite con materiali abbastanza scadenti. E come ci inserite l’acqua dentro assume subito un cattivo sapore. Dipende però da quanto siete schizzinosi sotto questo aspetto. Ciò non vuol dire che con quelle più care ciò non accada (tipo quelle della Salomon, che sono le mie preferite), ma ci vuole di più affinché questo accada. Idem per la durabilità del prodotto. Io ad esempio, in questo momento ne ho 3 di Salomon e una di Decathlon e la differenza si nota.
Come si portano in giro? Fascia elastica. Già nominata millemila volte in questo podcast. Io l’ho comprata dopo pochi mesi da quando ho iniziato a correre con costanza e la uso ancora. Permette di portare non solo la borraccia, ma anche altri oggetti, come lo smartphone, le chiavi e così via. Zaino da trail. Per chi vuole fare distanze superiori, lo zaino/vest da trail è la scelta giusta. Ci sono tantissimi modelli tra i quali scegliere. A me piacciono quelli che danno l’opportunità di mettere due borracce negli spallacci, in modo che si possa bere attingendo direttamente da lì. In questo modo, si possono portare fino a due soft flask da mezzo litro, con eventuale aggiunta di una sacca idrica, ma che vedremo meglio tra poco. Magari un giorno faremo un focus solo sugli zaini. Fatemi sapere se è un argomento che potrebbe interessarvi! Esistono anche degli anelli/guanti da indossare per poter portare in modo più comodo con voi la borraccia, anche solo semplicemente tenendola in mano con questi attrezzi.
Pro: molte dimensioni e capienze. Si riduce di volume una volta che si beve il contenuto. Costi non eccessivi. Contro: a volte, specie all’inizio, c’è un po’ un sapore di plastica. A qualcuno la fascia/marsupio dà fastidio. Dopo qualche tempo potrebbero rompersi e diventare meno stagne.
Borraccia rigida (“classica”) Anche lei fa benissimo il suo dovere. Se ne trovano di varie dimensioni. Le più comuni sono da mezzo litro.
Però a qualcuno alla lunga, quando inizia a svuotarsi, dà fastidio il rumore dell’acqua che vaga al suo interno.
Essendo fatta di materiali più duri rispetto alla soft flask e di conseguenza non rimpicciolendosi con il diminuire del contenuto, resta un elemento voluminoso. Non è comodissima da trasportare, perché spesso è necessario proprio tenerla in mano.
Però, in modo analogo a quanto detto per la borraccia morbida, esistono pure qua degli anelli/guanti da indossare per portarla a spasso senza farsi venire i crampi alle mani.
Comunque se ci si fa caso, non è poi così raro vedere persone con la borraccia dura in mano, specialmente direi nelle gare americane e a volte pure nelle ultra, che fa pure un po’ figo della vecchia scuola. Sta molto all’individualità delle persone. Personalmente non mi ci trovo bene e non le uso, ma se siete di questa parrocchia non vedo perché non proseguire su questa strada.
Pro: pressoché indistruttibile. Costi davvero bassi. Contro: non sempre comodissima da portare in giro.
Camelbak o, più correttamente, sacca idrica
Decisamente l’oggetto dalla maggior capienza di quest’oggi. Ci sono sacche idriche di varie dimensioni: all’incirca si va dal litro e mezzo ai 3 litri.
Personalmente non ho alcuna esperienza con la sacca idrica. E onestamente preferisco portarmi piuttosto delle borracce piene di riserva dentro lo zaino, da sostituire poi al momento del bisogno. E’ vero che questa operazione richiede di fermarsi, togliersi lo zaino e sostituire le borracce. Ma se sto facendo una cosa del genere significa che sto correndo da parecchie ore e quindi anche una pausa di un minuto è sicuramente ben voluta.
Tuttavia, è giusto dire che ci sono persone che le preferiscono alla borraccia.
Anche perché consente di portare molti più litri rispetto a tutte le opzioni presentate fin’ora. Poi, come dicevo, non è necessario fermarsi per ricaricare o cambiare le borracce, a meno che non si finisca tutta la scorta d’acqua. Inoltre, un camelbak consente di avere spazio libero nella parte anteriore dello zaino. Da lasciare così, oppure da usare per altre soft flask magari da riempire non solo con acqua, ma con sali minerali o altri integratori.
Attenzione anche a lavarle bene, perché il rischio puzza è presente.
Pro: grande capacità di contenuto. Non occupa spazio davanti nel vest. Contro: non facile da riempire.
Altri oggettini potenzialmente utili correlati a questi
Filtro depuratore Questo oggettino, che si può comprare assolutamente a parte rispetto alla soft flask, è un pezzo che si mette in sostituzione del beccuccio originale della borraccia. Come dice il nome stesso, serve per depurare l’acqua presente nella borraccia. Questo potrebbe servire in casi di emergenza, direi solo se correte su sentiero, qualora riempiate la vostra da una fonte non sicura e pulitissima. Onestamente non ce l’ho e non ho idea di quanto esso possa funzionare davvero, ma sicuramente per chi si avventura per tante ore fuori di casa potrebbe essere un upgrade dall’ottimo rapporto utilità/prezzo. Si compra, si mette nello zaino e non ci si pensa più finché non c’è la reale necessità.
Cannucce Sia per la borraccia soft flask, ma anche per quelle rigide esistono delle prolunghe, casomai nel vostro zaino da trail non arriviate bene a bere direttamente senza dovervi piegare o alzare il gomito. Il gomito è bene alzarlo solo quando si festeggia con le birrette nel post gara. Per quanto riguarda le borracce rigide, è giusto dire che esistono proprio dei modelli specifici di questo tipo che danno l’opportunità di aggiungere questa cannuccia con beccuccio, che va a creare una funzionalità paragonabile a quella delle soft flask a livello di suzione. In questo modo si potrà inserire nel vostro zaino da trail anche una borraccia rigida, esattamente così come si fa per quelle morbide.
In generale questa è una soluzione che a me non piace molto, perché queste cannucce vanno un po’ a sballonzolare qua e là quando si corre, ma c’è chi le utilizza senza alcun problema. Dipende molto anche dal vest che avete e a che altezza colloca gli spazi per i liquidi.
Lo scorso 19 giugno ho corso il tracciato dell’FKT sull’Alta via delle Cinque Terre.
Tuttavia, giusto dirlo subito, non ho realizzato neanche lontanamente il record del percorso e di conseguenza non sono entrato nell’albo d’oro del sito.
Ma adesso vi racconto tutto, fin dal principio.
In pieno lockdown invernale, quando ancora le gare erano un miraggio, mi ero dato alcuni obiettivi per l’anno nuovo. In particolare, fare una gara di trail running e, in aggiunta o in alternativa, qualora di gare non se ne fossero potute correre, un bell’FKT delle mie zone. Di questi ce n’erano due papabili: l’Alta via del Golfo e l’Alta via delle Cinque Terre. Quest’ultimo difficile, ma certamente più abbordabile del primo per me, che comunque resto un principiante per quanto riguarda il trail running.
Se non sapete cosa sia un FKT, ne ho spiegato il significato in un episodio qualche mese fa (https://gopod.me/da0a42-077). Qualche regola sugli FKT da quell’episodio a oggi è cambiata leggermente, ma più o meno le spiegazioni restano valide anche ora.
Ne restava un altro, che volevo fare prima dell’avvento dell’estate.
In verità, già qualche mese fa mi stavo allenando per questo FKT, ma poi era saltata fuori l’opportunità di fare la gara e ho colto l’occasione al volo. Del resto, questo FKT, essendo un progetto autogestito, me lo potevo spostare a piacimento.
In origine lo avrei dovuto correre circa a fine maggio, ma dopo il Chianti Ultra Trail ho avuto bisogno di scaricare un paio di settimane e la cosa è slittata di un po’, costringendomi a farlo con il caldo.
L’idea si è concretizzata poche settimane fa, quando mi sono reso conto, guardando il calendario e i relativi impegni, di poter fare una bella settimana di carico fatta bene per poi scaricare di brutto nelle due settimane a seguire.
Infatti, già che siamo in argomento, parliamo della preparazione per questa mia personale impresa.
2 settimane di carico, con il picco nella seconda, che come dicevo cadeva bene a livello di impegni. Infatti, in questa settimana il lunedì ho corso con Gaetano sulla Via Francigena (ne ho parlato in un episodio recente, dove abbiamo corso per 18km facendo 650m di dislivello: https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/la-mia-francigena-con-gaetano), mercoledì era il 2 giugno, dove ho fatto altri 14km e mezzo su trail, il giorno dopo mi sono fatto 7km lenti e poi alla domenica ho fatto un lunghissimo da 26km con 1000m di dislivello proprio sulle strade dell’Alta via delle Cinque Terre. Il tutto con le gambe stanche anche dal giorno precedente, dove avevo fatto una lunga camminata di circa 23km totali, rimanendo sulle gambe già lì per parecchie ore. Escludendo la camminata del sabato, ho fatto un totale di running di 66km con 2300m di dislivello settimanali.
2 settimane di scarico. Ultima con pochissimi km: 7km, 7km e 5km con ultima uscita il giovedì.
In questo 2021, quando possibile, ho fatto delle uscite su trail proprio sull’Alta Via delle Cinque Terre per conoscere quanti più km possibili in vista del fatidico giorno.
Conoscevo abbastanza la parte iniziale, consapevole che sarebbe stato il tratto più duro in assoluto, anche se non ricordavo che fosse così tecnica (ve ne parlerò meglio dopo).
Dal quinto km a circa il 23° km l’avevo già fatta più volte. Invece, gli ultimi 10 per me erano completamente ignoti. Ho cercato di studiare comunque il tracciato, non solo guardando il terreno e la pendenza, ma anche cercando di memorizzare gli incroci da prendere e osservando i punti più critici su Google Street View dove possibile. Ovviamente, essendo sentieri non c’erano proprio tutti, ma questa mossa è stata utilissima per limitare gli errori.
Prima di raccontarvi della mia giornata devo fare un enorme ringraziamento a Maddalena, la mia ragazza, che ha reso possibile questa impresa, che con il suo contributo è diventata ufficialmente “supported” per il sito FKT. Si è alzata prima delle 6 del mattino, mi ha portato a Portovenere per farmi partire, poi è andata a Levanto, luogo di arrivo, per aspettarmi e nel mentre mi sosteneva con i messaggi su WhatsApp. Per fortuna Levanto è un bel posticino ed aver fatto questa cosa il 19 giugno l’ha aiutata, perché almeno ha potuto aspettarmi in spiaggia, sotto l’ombrellone.
Come detto a inizio puntata, nonostante che la mia corsa venisse categorizzata sul sito di FTK come supportata, non ho potuto far parte dell’albo d’oro ufficiale. Infatti, come accennavo prima, i percorsi si possono dividere in varie categorie. E la cosa buffa e che decisamente mi ridimensiona, è che nella categoria “unsopported”, quindi quelli che hanno fatto tutto da soli, il record dell’Alta via delle Cinque Terre è un irreale 3 ore e 59 minuti segnato dal mio concittadino Matteo Locori.
Quindi, anche se io l’ho fatto in un’altra categoria, che per giunta doveva essere facilitata, non ho battuto il miglior tempo del percorso e di conseguenza non hanno potuto inserire la mia performance nel sito. Ho provato a far richiesta, ma per questo motivo mi è stata rifiutata.
Poco male, comunque. Il mio obiettivo era esclusivamente portare a casa la giornata e godermela. Entrare nell’elenco degli FKT sarebbe stata giusto una cosa aggiuntiva.
Per completezza, vi linko la pagina del tracciato del sito FKT nelle note dell’episodio, assieme all’altimetria. Così se volete battere Matteo, avete tutte le info del caso.
Allora, veniamo alla ciccia. Com’è andata questo super lunghissimo su trail?
Sveglia alle 5 e 45, colazione e poi direzione Portovenere. Tra una cosa e l’altra sono partito alle 7 precise.
Clima caldo, ma fortunatamente coperto. E’ rimasto nuvoloso fino alle 10 e mezza. Dopo si è un po’ aperto, ma non c’è mai stato il sole pieno. Cosa che un po’ temevo.
Il primo pezzo con grande pendenza.
I primi km sono in comune con quelli finali dell’Alta Via del Golfo, che però nell’FKT di quest’ultima si fanno in discesa. Poi i due sentieri, che si ricongiungeranno più avanti a Campiglia, si diramano. La parte dell’AVG affronta il monte dal versante interno: è più lunga a livello di km, ma più facile. Purtroppo io dovevo fare l’Alta via delle Cinque Terre, che diventava molto tecnica verso Sella Derbi. Un luogo spettacolare a livello paesaggistico, con un single track a strapiombo sul mare, ma molto difficile. Infatti, per salire sono stato anche costretto qualche volta ad usare le mani, proprio per scalare letteralmente la montagna. In questa parte c’erano punte anche quasi al 40% di pendenza, giusto per rendere l’idea.
Per fortuna questo tratto era proprio all’inizio e le gambe erano ancora fresche e soprattutto il cervello ancora non annebbiato.
Per fare i primi 5 km ci ho messo praticamente un’ora, ma era una cosa che avevo messo ampiamente in conto. Avevo studiato il percorso e coscientemente ho voluto affrontare questo pezzo con relativa calma, anche perché in questa preparazione io al massimo avevo corso per 3 ore e mezza e invece stavolta sapevo che sarei dovuto restare sulle gambe in un range tra le 5 e le 6 ore, se tutto fosse andato come previsto.
Campiglia, che spesso uso come punto di partenza tattico per i miei allenamenti su trail.
Da qua a qualche km ho vissuto i momenti migliori. Mi sentivo molto bene e mi veniva da accelerare. Così, dovevo forzarmi ad andare più piano, per non esagerare.
Sant’Antonio primo stop per ricaricare le borracce. Operazione obbligata, dato che da lì, km 7,5 al Santuario di Soviore, al km 25 non avrei più trovato fontane.
Da lì a poco, dopo il passaggio al Telegrafo, su tratti anche corsi dallo Sciacchetrail seppur nel verso contrario, il sentiero diventava più boschivo, addentrandosi di più nei monti e abbandonando via via la costa. Vari km di saliscendi, alcuni anche ben corribili.
Qua ho cercato di non strafare, anche nei tratti di discesa o falsopiano, consapevole di dover gestire le energie per ancora parecchio tempo.
Attorno a metà percorso si affrontava una salita tosta per poi da lì iniziare gradualmente a scendere.
Al passo del Termine si abbandona in verità l’Alta via delle Cinque Terre, che proseguirebbe verso l’entroterra. Invece, questo percorso, benché ribattezzato sul sito FKT “Alta via delle Cinque Terre” ripercorre più correttamente l’ex sentiero numero 1.
Insomma, dal Termine si corre in discesa su asfalto per qualche km, fino ad arrivare sopra Monterosso, per imboccare il sentiero 591, che porterà a Punta Mesco e da lì a Levanto, con il sentiero Verde Azzurro.
Lungo questa discesa ho incontrato il Santuario di Soviore, che nominavo prima, dove mi sono fermato per l’ultima volta alla fontana per ricaricare le borracce. Ho deciso di restare con un litro d’acqua totale, riempiendo solo due flask da mezzo litro, lasciando vuote le altre due che avevo nello zaino, così da risparmiarmi del peso nella schiena.
Intrapreso il sentiero verso Punta Mesco ho iniziato a soffrire un po’. Infatti, non conoscevo affatto questo tratto e si è rivelato più difficile di quanto mi aspettassi. Qualche km nervoso di saliscendo e poi una salita difficile a livello di pendenze e tecnica ed una discesa immediatamente successiva, altrettanto complessa, dove non ho corso praticamente mai. Terreno roccioso con tante pietre scivolose. C’erano anche alcuni incroci con altri sentieri che potevano trarre in inganno e qualche volta ho fatto ricorso alla mappa sullo smartphone per essere sicuro di non sbagliare direzione. Aggiungiamoci che erano ormai più di 4 ore che correvo su e giù per i sentieri e che il sole quasi di mezzogiorno stava per fare capolino: qua ho avuto forse il momento di maggiore difficoltà della giornata. Anche perché mentalmente, dopo la discesa di cui parlavo prima, mi ero un po’ illuso che le grosse difficoltà altimetriche fossero finite.
Arrivato a Punta Mesco, altro luogo molto bello a livello paesaggistico, si è tornati a costeggiare il mare, a circa 5km da Levanto e quindi dalla fine della mia avventura.
Sapendo che ormai il traguardo era vicino, ho ripreso morale.
Tuttavia, questi 5km però erano davvero trafficati dalle persone, che non sempre si spostavano e che comunque mi costringevano a rallentare spesso. Inoltre, anche qua, così come nel pezzo precedente, ogni tanto verificavo sul telefono la correttezza del percorso sul quale mi trovavo. Ma non era poi così importante. Sapevo che il più era fatto. E anche avessi rallentato di un minutino a km, cosa che effettivamente poi ho fatto, non sarebbe stata la fine del mondo.
Arrivo a Levanto in 5 ore 34 minuti e 41 secondi.
Per me un buonissimo risultato. Il mio piccolo traguardo era stare sotto le 6 ore. Anche se già il solo è stato un successo. E pure godendomi gran parte del percorso. Infatti, sono ovviamente arrivato stanco, ma neppure così distrutto, come invece temevo.
Anche a livello di doms nei giorni successivi non è andata poi così male. Sì, certo, qualche dolore è stato inevitabile, ma nemmeno così traumatico come poteva essere.
So benissimo che rispetto al tempo di Matteo Locori il mio è un’inezia. Da lui ho preso in circa 3 minuti di distacco al km, che se ci si pensa è una vita, ma poco importa.
Sono davvero strafelice di quello che ho fatto e di aver portato a casa uno degli obiettivi che mi ero prefissato mesi addietro.
Dopo l’arrivo mi sono concesso un minuto per recuperare, fare un paio di foto e video e poi, con estrema calma, ho raggiunto la mia ragazza in spiaggia.
A proposito di video, ho documentato live la mia avventura, specialmente su Instagram. Vi linko il mio profilo, dove trovate nella sezione delle storie in evidenza quelle di questa giornata, ed un post a carosello con alcune foto che ho scattato strada facendo.
Entrando in spiaggia tutto bardato da trail e puzzolente in mezzo ai bagnanti in costume.
Lì mi sono ricomposto, asciugato, rifocillato e cambiato, mettendomi il costume, per concedermi così un meritato bagno ristoratore.
A proposito di abbigliamento, visto che qualcuno qua e là me l’ha chiesto. Vi racconto anche com’ero vestito.
E poi già che c’eravamo siamo rimasti ancora un po’ al mare, fino a che quella santa della mia ragazza mi ha riportato a casa, festeggiando poi alla sera andando a cena fuori al ristorante, che ovviamente non potevo esimermi dal pagare io, il tutto innaffiato da una bottiglia di vino.
Insomma, comunque sia, è stata una bellissima avventura.
Non è un’ultra maratona, perché non ho effettivamente corso 42km, ma per me è come se l’avessi fatta. Del resto non avevo mai corso per così tanto tempo consecutivamente.
Anzi, fino a qualche tempo fa mai avrei pensato di poter correre per 5 ore e mezza di fila. Sì che non ho corso proprio tutto il tempo, dato che in certi tratti ho dovuto camminare.
Ho gestito bene le energie durante la giornata e ho cercato di godermi davvero ogni passo, tant’è che non mi sono fatto problemi a rallentare ogni tanto per fare una foto o un video. Non badando eccessivamente al tempo impiegato, ma pensando soprattutto a divertirmi.
L’unico momento di difficoltà, come raccontavo, l’ho avuto a 7/8km dall’arrivo, ma comunque l’ho superato dopo poco, pensando che ormai il grosso era fatto e che da lì a poco avrei iniziato l’ultimo tratto.
Aver studiato il percorso (dislivello, punti acqua, Google) e averlo provato il più possibile ha aiutato a limitare gli errori. Ho gestito bene la parte relativa all’idratazione e non ho quasi mai sbagliato strada. Mi è capitato solo una volta, ma mi sono accorto dell’errore proprio dopo 20 metri.
Avessi avuto uno smartwatch con le mappe probabilmente sarebbe stato anche meglio. Infatti, ho perso un po’ di tempo negli ultimi km per controllare sul telefono ogni tanto se mi trovavo nel sentiero giusto. E il cellulare quando si corre e si suda non è così facile da usare. Capita infatti che una goccia di sudore ci cada sopra e ti apra una schermata sbagliata e simili. Oppure, non c’è campo e non ti si carica la mappa e cose del genere. E quando sei stanco, dopo 4 ore di corsa, è un piccolo attrito che si potrebbe evitare.
Nota a margine: Komoot mi stimava come tempo impiegato per questo tracciato 5 ore e 27. Io ci ho messo 7 minuti in più come tempo ufficiale, ma se contassi solo quello in movimento, così come fa Komoot, 5 ore e 14, addirittura 13 minuti in meno. Comunque sia, una stima attendibile, anche se fatta su un percorso lungo e con un discreto dislivello.
Mi sono davvero divertito. E mi sono tolto la soddisfazione, esclusivamente personale, di fare questa piccola follia, sfidando me stesso ed alzando l’asticella di un po’ rispetto a quanto credevo fossi in grado di fare.
Non si è trattato di un grande risultato cronometrico, ma poco importa. E non lo dico per fare come la volpe e l’uva, ma semplicemente perché per me già percorrere questa distanza su sentiero con questo dislivello, significa tanto. A maggior ragione se si pensa che a gennaio ero fermo per il mio problema al tendine rotuleo. Del resto, per me, ma in generale per noi amatori la sfida è con noi stessi e qua ho voluto sfidarmi per vedere se sarei stato in grado di portare a termine questa piccola impresa.
A pensarci, è incredibile quanto si possa spingere in là il nostro corpo, seppur ripeto, non ho fatto nulla di straordinario paragonato ad altri. Però per me questa è l’ennesima dimostrazione che bastano tanta pazienza e costanza ed i risultati personali si possono ottenere.
Ma davvero, è andato tutto benissimo, anche merito della mia ragazza che mi ha sopportato e sostenuto in tutto e per tutto, portandomi al punto di partenza e recuperandomi all’arrivo. Oltre a lei, devo anche ringraziare tutti voi che mi avete scritto prima, durante e dopo questo mio tentativo. Mi ha fatto davvero piacere sentire il vostro sostegno durante queste lunghissime 5 ore e mezza. Se siete curiosi di guardare i numeri della mia avventura, vi metto anche il link alla relativa attività su Strava: https://www.strava.com/activities/5494380617
Link Amazon al libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”: https://amzn.to/2RtclBo
Come probabilmente ben sapete, non leggo solo libri sulla corsa. Anche perché non di solo running vive un runner, soprattutto se amatore come il sottoscritto.
Di recente ho letto questo libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”, di Le Yen Mai, che mi ha prestato la mia ragazza, dopo che un amico glielo aveva regalato per Natale.
Se mi seguite da un po’ forse ormai saprete quanto io sia affascinato dall’oriente ed in particolare dal Giappone. Stessa cosa penso possa dirsi per la mia ragazza. Ed ecco il perché di questo regalo e del perché io poi abbia voluto leggere questo saggio.
Benché in questo libro non si parli affatto di corsa, da buon malato di mente, ho trovato una marea di analogie con la corsa e con il preparare una gara ed il migliorarsi.
“Il pensiero giapponese”, infatti, espone un sacco di principi che animano gli abitanti della terra del Sol Levante. E di tanti questi principi ho trovato un forte parallelismo con il running.
Ne ho selezionati alcuni, non tutti, scegliendo quelli più calzanti per noi runner. Nonostante questo, non sono esattamente pochi i principi.
Ragione per cui, per evitare di fare un episodio lungo e noioso, ho deciso di dividere l’analisi dei vari punti in più puntate. In questo modo vi farò 2 episodi lunghi e noiosi, invece di uno solo. Geniale, no?! E dunque, questa è solo la prima parte.
Wabi sabi: l’elogio dell’imperfezione
Secondo il wabi sabi nella grande maggioranza dei casi le cose si controllano e si regolano da sole, mentre altre seguono il loro arco di vita in maniera naturale.
Occorre perdonare le ingenuità che facciamo e gli errori che sfuggono al nostro controllo.
Andare avanti in modo positivo, imparando a guardare la bellezza del mondo ed apprezzarla in quanto spontanea ed imperfetta.
Smettere di spendere energie per prevenire l’imprevisto. Lasciarsi andare, rinunciando al voler programmare ogni singolo momento della nostra esistenza.
Scoprire la bellezza autentica, quella che non è segnata sulla mappa.
Che non significa rassegnarsi e lasciarsi andare come una barca alla deriva, ma accettare che qualcosa possa avvenire al di fuori del nostro controllo. Proseguire nonostante ciò che ci succede intorno, proprio come fa la natura.
Il passato è una fase di apprendimento. E ci insegna a distinguere ciò che vale la pena lasciare indietro da ciò che richiede un intervento. E soprattutto capire ciò che ci è impossibile modificare da ciò che richiede il nostro contributo.
Siamo parte di un tutto e ci invita a godere del presente.
Non possiamo perdere la capacità di vedere e di meravigliarci delle piccole cose.
Non possiamo considerare normale ciò che invece è straordinario. Non possiamo impoverire la nostra vita con cose futili.
Allenarci alla sensibilità. Che noi italiani traduciamo come un segno di debolezza, per certi versi. Invece, questo termine significa letteralmente “capacità di ricevere impressioni esterne attraverso i cinque sensi”.
L’imperfezione va accettata, apprezzata e valorizzata.
Accettare e cambiare i nostri bisogni ogniqualvolta ci sembri opportuno. Modificando la natura delle nostre sfide.
Una serena alternanza tra ambizione ed appagamento.
Un punto di incontro tra eccitazione per una sfida e le risorse necessarie per raggiungerla
Un punto di incontro che richiede umiltà e modestia. La prima permette di crescere, di impegnarci a prescindere da ciò che siamo. La seconda ci consente di governare le aspirazioni e di tenerle lontane dalla sfera dell’impossibile.
Il timore di non riuscire è un sentimento necessario e va interpretato nel modo giusto. Perché è uno stimolo a impegnarci ancora e ci fa focalizzare su quello che dobbiamo fare
Il fallimento a volte non si può evitare. Ma più che di fallimento è giusto parlare di obiettivi non raggiunti. Da questi si può ripartire per provare nuovamente, magari con strade diverse
Se non riusciamo, lavoriamo per migliorarci. Con pazienza, senza rassegnarci. Consapevoli che ogni risultato è frutto di un percorso ed un processo ed è in qualche misura forzatamente imperfetto.
Perdoniamoci le anomalie e gli incidenti di percorso. Anzi, diamo lustro a queste cose e trattiamole come normali.
Io stesso ci sono passato. Con infortuni o con la mia maratona non andata esattamente come previsto.
Eppure ogni volta sono ripartito, mi sono rialzato. Ho imparato dai miei errori e appreso nuovi insegnamenti in ogni occasione. Non ultimo, da un momento negativo, come sorta di rivincita, dopo la maratona di Firenze ho avviato proprio questo podcast, che adesso mi sta dando così tante soddisfazioni.
Kaizen: abbracciare il cambiamento, per migliorare
Il mondo in cui viviamo ci fa pensare che i risultati debbano arrivare immediatamente, altrimenti basta così. E invece occorre pazienza. A volte il cambiamento fa paura e ci appare insormontabile. La nostra nuova versione di noi stessi ci sembra troppo lontana da noi. Niente di più sbagliato.
Il kaizen insegna che il cambiamento è un aspetto che può arrivare gradualmente.
È una strategia di miglioramento costante e continuo, da portare avanti giorno dopo giorno nella propria quotidianità, affrontando la vita un passo alla volta.
Spesso ci si stressa, ponendo obiettivi grandi, ambiziosi, ma lontani. Invece il kaizen consiste nell’accogliere nella propria vita piccoli mutamenti, da renderli quasi impercettibili.
Ogni cambiamento non deve essere uno sforzo, ma deve essere un passo che risulti naturale e necessario.
La vita è un continuo percorso a tappe: la ricerca di sé non si esaurisce mai. Non è una meta, ma un viaggio infinito.
Questo non significa costringerci a traguardi impossibili, ma a cercare un miglioramento costante, frutto di piccoli step.
Con cambiamenti in armonia con la nostra stessa natura, che si incastrano perfettamente nella nostra routine, come il pezzo mancante di un puzzle.
La domanda da porsi è: quanto posso cambiare le mie abitudini quest’oggi, senza stravolgerle?
Rispondere onestamente a questa domanda ci permetterà di capire le nostre potenzialità e i nostri limiti attuali.
Migliorarci è come scalare una montagna o preparare una maratona. Si può provare a farlo in poco tempo, con tutti i rischi del caso. Oppure, passo dopo passo, giorno dopo giorno, allenamenti dopo allenamento. Questo secondo approccio è il kaizen.
Un km in più. Un esercizio di stretching in più. Un esercizio di tecnica di corsa in più. Un cioccolatino in meno. Mezzo cucchiaino di zucchero nel caffè in meno.
Ogni miglioramento fiorirà con il tempo, se avremo costanza e pazienza. I piccoli risultati ottenuti saranno duraturi, perché assimilati con il minimo sforzo.
Non guardare agli altri, ma pensare ai propri obiettivi. Focalizzarsi su sé stessi, sulle proprie capacità e sui propri limiti, senza farsi condizionare dagli altri.
Il miglioramento non deve per forza essere qualcosa di enorme. Può essere anche qualcosa di piccolo, ma significativo. Mangiare meglio, fare cross training, dedicare qualche minuto in più allo stretching.
Spesso gli aspetti della vita che sembrano più insignificanti sono quelli dal maggior impatto.
L’idea è anche quella di porsi dei micro obiettivi, in modo che sia più facile raggiungerli.
Così da portarci a casa una minuscola vittoria, che però accrescerà la nostra motivazione e la fiducia in noi stessi.
Per questo può essere utile segnare costantemente i propri risultati. Visualizzando il percorso svolto, così da avere sempre sotto il naso una prova tangibile del cambiamento e dei risultati ottenuti.
Dati da osservare anche e soprattutto quando ci sembra di non aver concluso nulla, per renderci conto che non è così.
Il kaizen non è un metodo miracoloso che porta risultati sicuri e rapidi. Ma è un viaggio che prevede alti e bassi, ma che non smette mai di portarci avanti, passo dopo passo.
Kintsugi: riparare con l’oro
Procedimento di riparazione tramite l’uso dell’oro.
Se una porcellana si rompe non viene incollata e basta, ma questa operazione si fa tramite l’utilizzo dell’oro.
Possiamo dire che è una metafora: guariamo le nostre ferite dell’anima, dando addirittura risalto alle cicatrici che ci portiamo addosso riempiendole d’oro.
È quasi un modo per evidenziare i difetti, anziché nasconderli come verrebbe naturale fare
Valorizzazione l’imperfezione. Ottenendo un risultato finale unico ed irripetibile.
È il punto di partenza per un processo di accettazione e assimilazione dei propri trascorsi, anche negativi.
La fragilità è utile per la nostra crescita e non deve spaventarci.
Queste esperienze dolorose servono per rafforzarci. Non ci devono indebolire, ma vanno assimilate. Così che possano valorizzarci, rendendoci unici e preziosi, così come l’oro ripristina un vaso andato in frantumi.
In parte è simile al wabi sabi, basandosi sulla transitorietà delle cose, sull’accettazione dell’imperfetto e sulla consapevolezza dei cambiamenti.
Occorre visualizzare queste situazioni difficili come delle sfide, per superarle e dare loro un’accezione positiva, rendendone più semplice la gestione: devono rappresentare un’opportunità di crescita e miglioramento, nuove vie di trasformazione.
Riacquistare fiducia in se stessi, un passo alla volta. Con calma, facendo affidamento sulle proprie abilità. Investire sulla propria persona, sul proprio valore. Avendo come proposito quello di diventare la migliore versione possibile di noi stessi.
Guardando le cose con uno sguardo nuovo, rispettando le fragilità, le cicatrici, le difficoltà ed i segni del tempo.
Nintai: tollerare in silenzio le difficoltà
Insistere nei propri propositi con determinazione e perseveranza, a piccoli passi, senza lasciarsi scalfire dalla paura del risultato.
Costruire la propria vittoria giorno dopo giorno, un mattoncino alla volta.
Bisogna avere pazienza, esercitarsi alla perseveranza e non arrendersi. È una condizione necessaria ed imprescindibile per vincere.
Il fatto di non essere dei talenti naturali non è una buona giustificazione per non fare le cose. Quello del talento è un concetto sbagliato, spesso sostenuto da chi invece fa della pigrizia uno stile di vita. Come giustificazione per assolversi di fronte alla propria insoddisfazione.
Pensando di non poter raggiungere determinati obiettivi perché non dotati fisicamente, si rischia di rimanere intrappolati in una sorta di mediocrità, che fa solo sprecare tempo. Ammirando solo da lontano il traguardo a cui non si arriverà mai.
Chi ha successo lavora tutti i giorni per ottenerlo.
La paura di fallire ce l’abbiamo tutti ed è normale: dobbiamo farci i conti.
Chiunque inizi qualcosa può correre il rischio di fallire. Soprattutto le prime volte. Ci si può fare malissimo. Ma ci si rialzerà. Occorrerà riprovare 2, 10, 20, 50 volte. Come insegna il nintai, sopportando in aggiunta il dolore delle cadute precedenti.
Nessuna magia, nessun supereroe, nessun super potere. Semplicemente, prima e più ci alleniamo e maggiori saranno le possibilità di riuscire.
Delle volte è l’orgoglio a fermarci, che invece va messo da parte. Se non abbiamo mai fatto una cosa, non sarà facile la prima volta. Anzi, saremo scarsi, faremo schifo. Ma è così che funziona.
Come i bambini che imparano a camminare, a parlare, a mangiare. Sbagliano in continuazione. Eppure lo trovano divertente e non fanno fatica a sopportarlo. In questo sono molto più adulti di noi.
Fallire è semplicemente l’inizio per la via della grandezza.
Smettiamola di lamentarci e cominciamo a mostrarci, anche fallendo e imparare a convivere con questa eventualità.
Nintai indica la capacità di attendere in silenzio i frutti del proprio lavoro, senza cedere alle difficoltà, agli errori e all’ansia del tempo.
Nintai significa aderire alla linea di condotta che ci siamo prefissati, al nostro credo o al percorso che ci siamo scelti.
Questo approccio ci insegna che per raggiungere un grande obiettivo dovremmo anche tenerci occupati con progetti più piccoli, apparentemente di poca importanza, ma che nel quadro generale, creeranno sfumature, riempiranno buchi. L’occasione arriva solo per colui che è ben preparato.
L’idea della puntata di quest’oggi è dell’amico Giuseppe Del Gaudio, che ringrazio per l’imbeccata. Dopo la mia gara al Chianti Ultra Trail mi ha suggerito di affrontare questo tema, per vedere un po’ com’è cambiato il mondo delle gare post pandemia, magari dando piccoli spunti o suggerimenti per creare così un mini-vademecum per chi a breve finalmente metterà di nuovo un pettorale vero, dopo oltre un anno di attesa.
Come sempre porto un parte la mia esperienza personale, abbinandola a quelle che reputo regole di buon senso e consigli vari. Chiaramente ci sta che altre gare abbiano approcci o regole differenti da quelle che ho visto io in prima persona.
Ma partiamo proprio da questo. Ovvero, quello che ho vissuto io. E soprattutto dalle differenze che ho notato, rispetto ad una competizione pre-pandemia.
Onde evitare assembramenti, il ritiro pettorale è stato scaglionato in fasce orarie. Si poteva prenotare precedentemente il ritiro tramite il sito e presentarsi così nel momento scelto per prendere pacco gara, pettorale, chip, ecc.
Inoltre, solo lo staff della corsa e gli atleti potevano accedere alla zona di partenza e arrivo. Particolare di cui tener conto a livello organizzativo, per eventuali accompagnatori.
Anche perché al Chianti Ultra Trail non era previsto il servizio deposito borse e tantomeno quello docce. Per cui, io ho lasciato tutto alla mia ragazza prima di partire, per poi recuperarlo al termine della competizione.
Era richiesta anche una certificazione in cui si diceva di non essere positivi al Covid (ovviamente, direi) ed una contenente le informazioni per il tracciamento personale e dei propri eventuali accompagnatori, che serviva all’organizzazione in caso di contagi successivi alla gara.
In tutte le zone comuni di organizzazione, partenza ed arrivo c’erano le ormai consuete colonnine con il gel igienizzante.
Non c’è stato alcun briefing pre-gara in presenza. In questo caso, l’organizzazione ha spedito via mail tutte le informazioni principali, oltre a veicolarle sui social.
La partenza era anch’essa scaglionata prima a livello macro per le diverse distanze da percorrere e poi a sua volta per ordine di pettorale. In verità quest’ultima cosa è stata rispettata un po’ così così dalle persone. Ma qua sta all’organizzazione vigilare meglio sulla faccenda.
La mascherina era obbligatoria sempre quando non si correva, in ogni situazione. Ed era da tenere indosso per i primi 500 metri dopo la partenza e da rimettere subito dopo il traguardo. Che poi la funzionalità della mascherina possa essere compromessa dopo oltre 2 ore di sudata è un altro discorso. Anche qua, come raccontavo anche nell’episodio in cui parlavo della gara, in verità quasi tutti si erano già tolti la mascherina dopo i primi 200 metri. Io sono stato uno dei più ligi al dovere, ma in quei momenti lì mi sono sentito un po’ come lo scemo del villaggio.
Ai ristori c’era solo roba confezionata: barrette, frutta secca e fresca, bottiglie d’acqua di plastica da mezzo litro. In alternativa, c’era un punto acqua (leggasi più semplicemente, fontana) dove era necessario per bere presentarsi con il proprio bicchiere personale per poterne usufruire.
Stesso discorso per il ristoro post-gara. Bottiglie d’acqua di plastica e sacchetti con dentro un tramezzino.
Durante la gara non si poteva teoricamente stare in scia o vicini per troppo tempo. Si sarebbe dovuto eseguire subito il sorpasso. Tuttavia, questo era piuttosto difficile da fare, soprattutto in salita e specie nei punti col sentiero più stretto.
All’arrivo non c’era nessuno addetto a metterti al collo la medaglia, ma dovevi fare questa operazione fai-da-te, recuperandola da un tavolino a parte.
Dopodiché, dopo aver preso la medaglia ed il mini-ristoro, era necessario uscire quasi subito dall’area di arrivo, in modo da non creare assembramenti. Assembramenti che in questo modo si sono formati esattamente un metro fuori da questa “zona rossa”, ma va beh.
Cosa fare:
Sembrerà banale, ma intanto la prima cosa da fare è seguire le istruzioni dell’organizzazione. In primis per il materiale necessario e per la documentazione da portare (certificati, ecc). E poi per i comportamenti da tenere al momento del ritiro pettorale, della partenza, della gara stessa e dell’arrivo. Quasi tutte le gare prevederanno delle postille aggiuntive nel loro regolamento in ottica Covid. Leggetele attentamente e attenetevi alle varie istruzioni per non restare sorpresi o senza documenti nel momento del bisogno. Troverete queste info sul sito ufficiale e poi probabilmente vi verranno anche inviate via mail successivamente.
Allo stesso modo controllate se c’è del materiale obbligatorio da portare con voi. Più probabile che questo accada su trail, ma data la situazione anche su strada potrebbe esserci qualche obbligo.
Organizzatevi per essere i più autonomi possibile. A maggior ragione io che ho fatto un trail, ma direi che anche su strada è la stessa cosa. Specie per le gare più lunghe: portatevi almeno mezzo litro d’acqua in una borraccia e gel e barrette da casa. Ovviamente, questo suggerimento, ma anche altri, sono legati alla distanza da percorrere. Per una 5km forse non sarà necessario portarsi praticamente nulla. Ma qua proviamo a dare dei suggerimenti validi un po’ per ogni gara. Starà poi a voi sapere come regolarvi in base alla difficoltà e alla durata.
Idem per il post-gara. E’ vero che qualcosa l’organizzazione metterà a disposizione. Ma dovrete prendere queste cose rapidamente e poi lasciare subito la zona. E dopo essere usciti non potrete rientrare per prendere qualcos altro. Meglio portarsi il reintegro da casa, così da non rischiare di rimanere affamati o assetati. Basta lasciare in macchina una bottiglia d’acqua ed una barretta energetica.
E’ vero che le colonnine di gel c’erano e anche tante. Ma portatevi ugualmente una boccettina di gel e magari anche delle salviette. Pesano poco e possono sempre tornare utili.
Per tutti questi motivi, vestitevi in modo intelligente. Con pantaloni con le tasche, zaini, cinture, marsupi, ecc… A seconda della tipologia di gara e distanza. Tenete presente che dovrete portare con voi qualcosa in più rispetto alle vostre abitudini. Già in allenamento provate l’abbigliamento da gara, così da essere pronti con tutto quanto testato per il grande giorno.
Se avete un accompagnatore, sfruttatelo (tra virgolette) come servizio deposito bagagli. Non essendoci possibilità di lasciare le cose all’organizzazione, un aiuto logistico sicuramente potrà farvi comodo.
Se invece siete da soli, tenete presente che probabilmente potreste patire un po’ il freddo in partenza e post-gara, dovendo abbandonare tutto in auto. In questo caso, cercate di tenervi caldi prima di partire, muovendovi un po’ e rientrate rapidamente alla vostra auto dopo la corsa per asciugarvi e magari cambiarvi con qualcosa di asciutto.
Cosa non fare:
Giuseppe, scherzando, mi diceva di non dire “ragazzi, non sputate!”. Beh, io lo voglio menzionare lo stesso, perché purtroppo l’ho visto fare con i miei occhi al Chianti Ultra Trail e non è esattamente il massimo, per usare un eufemismo. Lo so che voi che mi ascoltate siete degli illuminati e sicuramente non lo fate. Ma in ogni caso ci tengo a sottolinearlo. Non era una pratica già di per sé eccezionale ancor prima della pandemia, figuriamoci ora!
Vale la stessa cosa anche per il moccio! Non è mai un bel gesto vedere questi lanci a terra o l’utilizzo della maglietta o delle dita. Portatevi dei fazzoletti, che pesano poco e fanno alla grande questo mestiere.
Non abbiate fretta. Tutte le operazioni, dall’iscrizione fino al post gara, richiedono un minimo di concentrazione affinché non si facciano piccoli errori. Meglio metterci 5 secondi in più ogni volta e leggere bene i cartelli con le istruzioni che fare delle cavolate.
Non andate all’evento all’ultimo minuto. Dati i vari controlli previsti (temperatura corporea, igniezzazioni varie, ecc), presentatevi con un po’ più di margine rispetto all’orario di partenza. Qualcuno forse era abituato ad arrivare 10 minuti prima del via, scaldarsi e partire. Ora non è per forza così. Datevi almeno altri 5/10 minuti di margine, che non si sa mai.
Non entrate nell’area di gara prima di essere sicuri e allo stesso modo non abbandonatela post-corsa, prima di aver fatto tutte le operazioni necessarie. C’è una sorta di iter da seguire e non faranno entrare i vostri accompagnatori in queste zone. Pertanto è bene muoversi all’interno di questa zona solo nei momenti in cui è giusto farlo. Se entrate per partire senza aver portato con voi qualcosa di utile o viceversa senza averlo lasciato in macchina o ad un accompagnatore, poi sarà complicato rimediare. Idem con patate per il post. Se uscite senza aver preso il panino del ristoro finale, ve lo siete giocato per sempre. Niente di grave, ma prestateci attenzione.
Altri consigli pratici:
In fase di partenza e arrivo, a prescindere dalla modalità scelta dall’organizzazione, attenetevi alle regole: al Chianti Ultra Trail i controlli non sono stati rigidissimi, ma teoricamente alcuni comportamenti tenuti dalle persone avrebbero dovuto portare ad una squalifica.
Considerate che la vostra sarà una cronometro. Non partendo tutti insieme, il tempo che conterà sul serio sarà quello del vostro chip. In verità è sempre stato così, anche prima del Covid. Ma adesso la cosa è anche più accentuata. Sul percorso potreste incontrare persone partite 5-10 minuti prima o dopo di voi. Regolatevi di conseguenza anche per stabilire il vostro ritmo gara: non basatevi per forza su chi vi sta davanti o chi vi sta sorpassando. Dovete essere indipendenti e autoregolarvi con il vostro passo.
Il mio era un trail, ma anche su strada, data la situazione, presumo che anche i pacer per un po’ non ci saranno. Anche perché partendo a blocchi verrebbe difficile gestire un ritmo giusto per tutti. Motivo in più per cui sarà necessario essere in grado di mantenere in modo autonomo il proprio ritmo gara.
Infine, godetevela! Quando partirete probabilmente non vi renderete nemmeno conto di vivere in un’epoca pandemica. Sarà una sorta di ritorno alla normalità, con tanti runner felici e sudati sul vostro cammino. Pensate a divertirvi ed apprezzate questa vera e propria boccata d’ossigeno a vostra disposizione.