I diritti del runner (corri un po’ come ti pare)

Prendo spunto da “I diritti del lettore”, un testo che Daniel Pennac ha stilato nel suo libro “Come un romanzo“.

Se, come me, siete appassionati di lettura, probabilmente conoscerete già questo libro ed in particolare questo elenco.
Diritti in versione Pennac cui comunque farò riferimento nei vari punti esposti, proprio per mostrarvi come io abbia preso liberamente spunto per questo episodio.
Così, uniamo l’utile al dilettevole!

Link Amazon “Come un romanzo“ di Daniel Pennac: https://amzn.to/3gzFUKm
Articolo: https://libri.icrewplay.com/10-diritti-del-lettore-secondo-daniel-pennac/

Così, voglio rivisitare questi diritti in chiave running.

Per me i diritti del lettore hanno rappresentato anche un po’ uno “sblocco” per certi aspetti della lettura, dato che io avevo un approccio che qualcuno avrebbe anche potuto definire come talebano. Come ad esempio il diritto a non finire un libro (per me prima finirlo era una missione. Anche se la lettura mi faceva schifo) o quello di saltare le pagine.

Spero che questa versione sulla corsa di mia interpretazione possa sortire su di voi lo stesso effetto.

  1. Diritto di non correre
    E direte “Ma come? Si parla dei diritti del runner e la prima cosa che ci dici è quella di non correre?”. Proprio così! Pennac parlava del diritto di non leggere ed io lo modifico così. Possiamo non correre.
    Questo punto credo sia esemplificativo dell’ottica con la quale stilo questo elenco.
    La libertà di scelta. La corsa è un piacere, non un obbligo. Di conseguenza, abbiamo anche l’opzione di non andare a correre.
    A volte si vive la corsa (la tabella) come una forzatura, sentiamo la pressione di dover correre a tutti i costi. E invece abbiamo il diritto anche di scegliere di non allenarci ogni tanto. Certo, sappiamo che poi ci sono alcune piccole conseguenze, specie se saltiamo un allenamento fondamentale, come un lungo o un’uscita di qualità. Ma non siamo dei professionisti e può capitare una giornata in cui non ci va proprio di correre. Dato che per noi la corsa è un hobby, una passione, un piacere, qualora non fosse più così diventerebbe un lavoro. Ecco perché abbiamo anche il diritto di non correre.
    Insomma, spostiamo il focus del running, da dovere a diritto, rendendola un piacere.
  2. Diritto di saltare o modificare alcune parti dell’allenamento
    Qua, Pennac parla del diritto di saltare alcune pagine.
    E anche noi possiamo eventualmente modificare il nostro allenamento: prima oppure durante l’uscita stessa.
    C’è un pezzo che ci sta annoiando, un particolare momento che non ci va proprio giù, cambiamolo o saltiamolo proprio.
    Avete, abbiamo, il diritto anche di divertirci cambiando qualcosa: il percorso, il dislivello, il terreno, ecc…
  3. Diritto di non finire un allenamento
    Per Pennac questo è il diritto di non finire il libro. Per noi il libro è una corsa.
    Può accadere a chiunque di scoppiare durante un allenamento, specie con le ripetute o un lunghissimo. Beh, analogamente al punto 1, abbiamo anche il diritto di fare qualche ripetuta in meno o qualche km in meno del previsto.
    In testa a volte ci diciamo mentre corriamo “Sono fuori, sto correndo da N km e adesso devo per forza finire con tutti i km che ho in tabella”.
    E invece no. Ovviamente questa non deve diventare una cattiva abitudine, che ci fa accorciare sempre e comunque tutti quanti i nostri allenamenti. Perché in questo caso vorrebbe dire che abbiamo un problema con il running.
    Ma una volta ogni tanto può capitare: siamo stanchi, siamo scazzati, abbiamo altre cose da fare. E non è la morte di nessuno se torniamo a casa 10 minuti prima del previsto. E’ un nostro diritto: non dobbiamo sentirci in colpa per questo.
  4. Diritto di ripetere lo stesso allenamento
    Daniel Pennac ci dice che se un libro ci è piaciuto possiamo rileggerlo più e più volte.
    Possiamo fare la stessa cosa con la corsa.
    Non sta scritto da nessuna parte che non si possano ripetere determinate cose, specie se hanno funzionato bene.
    Se un luogo in particolare dove siamo stati ci è piaciuto, nei limiti delle nostre possibilità, torniamoci.
    Invece che avere questo approccio da collezionisti, costretti a fare sempre qualcosa di nuovo, del tipo “Oggi ho corso sul sentiero 120, domani faccio il 121 e dopodomani il 122”. Ma invece abbiamo la libertà per tornare nel posto X che tanto ci era piaciuto, senza farci troppe pippe mentali.
    Oppure, se un particolare esercizio ci è piaciuto, ripetiamolo. Magari a qualcuno di voi i fartlek divertono. Per esempio a me sì. Ebbene, faccio in modo di inserirli ogni tanto in tabella, così da farmi un allenamento che mi piace e mi diverte.
  5. Diritto di correre qualsiasi distanza
    Pennac dice che possiamo leggere qualsiasi genere, alla faccia degli intellettuali che mai si abbasserebbero con determinate categorie.
    Facciamo lo stesso con il running. Non ci sono distanze di serie A, di serie B di serie Z.
    Dai 100 metri all’ultramaratona, sono tutte distanze più che degne di onore e rispetto. Anche perché una 5km tirata vi fa soffrire tanto quanto una maratona. Sono sforzi differenti, ma chi li ha provati lo sa e lo potrà confermare.
    Invece, a volte c’è chi se la tira: “Eh, io corro solo maratone: ne faccio una ogni 2 settimane”. Bravo, liberissimo di farlo. Ma non rompere le palle a chi non ha voglia di mettercisi o a cui semplicemente non piace. E se uno si divertisse di più con la mezza o con la 10km? Abbiamo tutti il diritto di correre le gare e le distanze che più ci piacciono.
  6. Diritto di emozionarsi
    E’ il diritto al Bovarismo di Pennac: cioè, il diritto a emozionarsi, a lasciarsi prendere dalla storia. E facciamoci trasportare dalle emozioni anche noi!
    Lasciamoci andare: se correre ci coinvolge, ci fa provare determinate sensazioni, magari durante una gara o un’uscita particolarmente significativa, non priviamoci di questi momenti per paura di essere giudicati. Ci sono persone che al termine di una maratona urlano, altre che piangono e così via. Ognuno è libero di esprimersi come vuole. Ed è un diritto sacrosanto e non c’è nulla di male nel farlo.
    Avete tutto il diritto di emozionarvi: del resto siete umani anche voi.
  7. Diritto di correre ovunque
    Ovviamente, nei limiti del consentito e nel rispetto della proprietà privata.
    L’originale è il diritto di leggere ovunque.
    Abbiamo il diritto di correre in città, al parco, in montagna, al mare, su un sentiero, sul marciapiede e anche in pista in determinate situazioni.
    A volte qualcuno si comporta in modo elitario: “Ah, io corro solo su pista, chi corre su e giù per i marciapiedi è uno sfigato!”, ma anche il contrario, tipo i fondamentalisti del trail, che magari disdegnano i mezzofondisti o i runner da strada.
    E la sapete una cosa, invece? Fate il cazzo che vi pare. Avete il diritto di correre su qualsiasi terreno abbiate a vostra disposizione.
    Voglio correre su strada? Va bene. Oggi preferisco il sentiero? D’accordo. Non sta scritto da nessuna parte che un terreno o un genere di attività sia meglio dell’altro, che sia più figo o chi fa una disciplina sia più forte dell’altro.
  8. Diritto di camminare, andare in bici o fare altri sport
    L’ottavo sarebbe il diritto di spizzicare, ovvero di pescare qua e là dai vari libri, anche solo a spot, una volta ogni tanto.
    Io lo vedrei anche come il diritto non solo di correre, ma anche di goderci altri sport. Se vogliamo in parte correlato ai primi punti: quelli di non correre o di non finire un allenamento.
    Stamattina ci va di camminare invece che correre? Facciamolo! Quest’oggi preferiamo la bici? Perché no. Fa caldo e preferiamo il nuoto? Ben venga.
    Sempre all’interno di una logica di crescita, anche altre attività fisiche sono sempre consigliate e apprezzate.
  9. Diritto di correre in compagnia
    Il nono diritto Pennacchiano è quello di leggere ad alta voce. Cose che in effetti anch’io non faccio da tempo. Spesso vediamo la lettura come una cosa molto intima e personale, quando invece condividere la stessa lettura a volte potrebbe essere piacevole.
    Ma divagazioni personali a parte. Per me l’equivalente del leggere ad alta voce è il farlo in compagnia. E anche questo tendo a farlo poco poco poco, a dirla tutta.
    Però se vi piace, avete il diritto di correre in compagnia. Sempre rispettando tutte le varie norme vigenti in relazioni alla sicurezza.
    Andare a correre in più persone è un’esperienza senza dubbio diversa dal farlo in solitaria. Con tutti i pro e contro del caso.
  10. Diritto di tacere
    Non è certo obbligatorio informare le persone sui libri che stiamo leggendo. Anzi, la lettura è un viaggio personale. E’ la stessa cosa per il running.
    Non è il parlarne a tutti i costi che vi rende runner (pare strano e forse fuori luogo detto da uno che fa un podcast sul running). Ma è il gesto, è il fare le cose. E’ il correre che vi rende tali. Anche se non pubblicate ogni singolo allenamento sui social o se non lo dite in giro. Qualcuno potrebbe anche non saperlo che andate a correre, perché lo fate tutte le mattine alle 6 senza dirlo a nessuno. Anche questo è un vostro diritto.
    La corsa è anche uno sport personale ed intimo. Ed appunto, da appassionato di questo sport mi rendo conto di quanto siamo tentati di parlarne ovunque e comunque, a tutti. Anche a chi non gliene può fregare di meno. A volte pure esagerando.
    Invece non ci obbliga nessuno a parlare di running. Magari abbiamo corso in un posto particolare e non ci và di rivelarlo a nessuno. O abbiamo provato delle sensazioni così particolari ed intime e preferiamo tenercele per noi.
  11. Diritto di correre da soli
    In verità i diritti di Pennac sarebbero 10, ma io ho voluto aggiungerne uno. Il dirimpettaio del nono: cioè, correre da soli.
    Avete anche il diritto di godervi la vostra corsa in solitaria. Vivendo nel modo che preferite il vostro sport preferito.
    Potete godervi la corsa al mattino, alla sera, all’ora di pranzo, quando vi pare, correndo anche da soli, senza chiedere nulla a nessuno. E anche questo è un bel diritto da avere!
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Corsa in salita: allenamento e tecnica

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana avevo già fatto un episodio simile a quello di oggi. Però ai tempi avevo poca esperienza in merito.

Ora, lungi da me essere diventato nel giro di qualche mese un esperto in materia.

Tuttavia, ultimamente qualche allenamento in salita me lo sono sparato, in ottica dei trail che ho corso, prima in gara al Chianti Ultra Trail, e poi in modo autonomo, correndo sull’Alta Via delle Cinque Terre. In quest’ultima occasione ho messo insieme circa 34km con quasi 1500 metri di dislivello positivo.

Non sono numeri da far girare la testa, se paragonati con quelli di tanti altri, ma due cose le ho imparate.

Ed allora eccoci qui a parlare di come si possa migliorare in questa particolare specialità. Certo, ad alcuni non fregherà nulla, dato che magari corrono sempre e solo in pianura, ma sono certo che ci sarà una buona fetta di voi ascoltatori interessata al tema.

Comunque sia, questi consigli sono sia per chi fa trail running, ma anche per chi corre su strada. In particolare, alcuni esercizi che vi proporrò potrebbero risultare utili a tutti, anche se solo in determinati periodi dell’anno, quando si va a lavorare, in momenti lontani dalle gare, sulla forza. Forza che si tradurrà in velocità quando poi si correrà in piano.

Innanzitutto, dividerei questo episodio in due macro aree: la parte relativa all’allenamento, perché la salita va allenata, e quella della tecnica da usare.

ALLENAMENTO

Ovviamente, per migliorare in salita, la prima cosa da fare è allenarsi correndo in salita.

Quali sono allora gli esercizi attuabili?

Prima di descriverli, però, ci tengo a sottolineare come questi siano allenamenti impegnativi. Che sconsiglio di fare ai principianti. Ma più in generale, sono per runner che hanno già una discreta base muscolare, soprattutto per quanto concerne le gambe.
Se siete carenti sotto questo aspetto, fate prima un periodo con del potenziamento di base, full body, che vada a rinforzare tutta la vostra muscolatura.

Solo quando avrete sviluppato un corpo forte in fatto di core, gambe e quant’altro potrete addentrarvi in questo mondo.

Insomma, evitate di correre su salite impegnative senza allenamento.

Ricordatevi che nella corsa in salita si va a lottare contro la forza di gravità. Motivo per cui, lo sforzo cui verrà sottoposto il nostro corpo sarà maggiore.

E può capitare, se ci si butta senza una preparazione adeguata, di incorrere in infortuni, che possono essere sia muscolari che tendinei.

E poi, altra cosa, tutte le proposte vanno sempre modificate e adattate in base alle vostre capacità. Partite con roba facile e aumentate con il passare del tempo e dei miglioramenti.

Scatti in salita.
Questo allenamento prevede delle ripetizioni con scatti su salite ripide.
Serve principalmente per accrescere la nostra potenza delle gambe.
8/10 scatti da 10 secondi massimo. Con un recupero completo di qualche minuto. Solitamente 2 o 3. Quindi, fate riscaldamento con corsa lenta, poi vi fate il primo scatto e recuperate. Secondo scatto e recuperate e così via.
Consiglio ulteriore: vale per tutti, ma in particolare se vi state approcciando per le prime volte a questo genere di attività. Non date tutto tutto subito. Se no rischiate di scoppiare o, nella peggiore delle ipotesi, pure di farvi del male.
Iniziate con uno sforzo impegnativo, ma non massimale e poi aumentate settimana dopo settimana.

Esercizi di potenziamento gambe.
Questa roba si può fare anche a casa: affondi, step-up (che sarebbero salire e scendere dal gradino), squat, affondi con salto, squat jump, Calf extension (sollevamenti sulle punte dei piedi).
Quanti farne? Anche qua, dipende da quanto siete allenati. Potete partire con 2/3/4 serie da 10 per ogni gamba con recupero un minuto, arrivando anche a 6 o 7 serie con il passare del tempo.
I più bravi potrebbero anche decidere successivamente di eseguire questi esercizi con i pesi, in modo da aumentare lo sforzo. Ma questo, mi raccomando, fatelo solo quando siete ben allenati e pronti ad un impegno del genere.
Tutta questa roba è utile per aumentare la nostra resistenza muscolare. Cioè, per permetterci di ripetere con efficacia lo stesso movimento ripetuto nel tempo. Leggasi, mettere un piede dopo l’altro in pendenza. Di conseguenza ci aiuteranno a sostenere più a lungo lo sforzo che facciamo correndo in salita.

Ripetute in salita.
Questo esercizio andrà a lavorare all’incirca sugli stessi muscoli che vengono coinvolti svolgendo gli esercizi appena proposti. Perciò, andrà ad allenare la stessa componente e può anche essere visto come alternativa pura rispetto al potenziamento.
Si tratta di fare 2 o 3 ripetizioni di questa salita, che dovrebbe essere piuttosto pendente, con recupero di 5 minuti tra una e l’altra. Quanto devono durare queste ripetute? Diciamo, dai 6 ai 10 minuti. Anche qua in base a che salita avete a disposizione e, come sempre, a quanto siete allenati.
Come detto per gli scatti in salita, prima di partire a bomba con le ripetute, è bene fare un po’ di riscaldamento con della corsa lenta.

Core stability.
Seppur il nostro core non sia il primo responsabile per quanto riguarda le nostre performance in salita, questi è molto importante.
Infatti, nella corsa ed in special modo per quella in salita, è necessario che il corpo sia forte e stabile. Ecco perché rinforzare l’addome e dintorni è così importante.

Altri allenamenti.
Esistono poi una infinità di altre opzioni circa gli allenamenti in salita, che adesso non sto a descrivervi. Ne avevo parlato appunto in questa vecchia puntata: circuiti collinari, salite dolci, salite prolungate, ecc…
Ve la linko nelle note dell’episodio, così la potete recuperare, così da integrare quanto detto a suo tempo, unendo le informazioni con questa di oggi.

Puntata “Come migliorare nella corsa in salita”
https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/come-migliorare-nella-corsa-in-salita-running
https://open.spotify.com/episode/0tSv3dclBKY4UYLPogoplA

TECNICA DI CORSA

Passi brevi.
Il primo fattore di cui tener conto è senza dubbio la falcata.
Infatti, in salita i passi devono essere più corti e rapidi rispetto a quanto si fa in pianura.
Questo perché quando facciamo questi piccoli passi tutta la forza necessaria per portare il nostro peso su per la salita viene distribuito su tanti piccoli sforzi, tanto quanti saranno i passi fatti. Così facendo, i muscoli non raggiungono una sorta di soglia di sforzo massimo, che invece si otterrebbe con un passo più lungo.
Se siete dei trailers, fateci caso. Sicuramente vi sarà capitato di dover fare qualche volta dei passi molto lunghi per salire su dei sassi o su scalini particolarmente alti. E pensate a quanta fatica vi era costato un singolo movimento di questo genere. Questi sforzi a volte sono inevitabili, ma sono degli extra non programmati che alla lunga possono presentare il conto. Perciò, meglio farne il meno possibile.
Inoltre, questo vale solo per chi corre su sentiero e non su strada, fare più passi veloci vi darà maggior stabilità, perché abbasserete il tempo di contatto con il suolo, fornendo più appoggi in poco tempo.
In generale, avere una buona frequenza di passo vi aiuta a rendere la corsa meno traumatica e più performante, proprio perché si riduce il tempo di contatto con il terreno.

Cadenza.
Sappiamo tutti del famoso “mito” dei 180 passi al minuto. Vale anche in salita, ma su certe pendenze non è per forza così semplice mantenere una cadenza così elevata.
In questo caso quello che bisogna fare è trovare il giusto equilibro tra cadenza, lunghezza del passo e pendenza. E’ una cosa che ovviamente si imparerà e migliorerà con il tempo e con l’esperienza.
Però, se vi rendete conto che la pendenza è così elevata da non permettervi di avere una cadenza corretta, forse è il caso di camminare, anziché correre.

Appoggio del piede.
Sugli sprint di pochi secondi, che vedevamo prima, l’appoggio sarà maggiormente in avampiede, anche con poco appoggio del tallone. Tuttavia, in una salita “normale” non si deve correre appoggiando solo con la punta. Il primo appoggio con il terreno dev’essere di avampiede/mesopiede, ma poi tutto il piede deve toccare terra, così da distribuire al meglio l’impatto per evitare sovraccarichi.

Richiamo della gamba.
Quando si corre in pianura, specie quando si aumenta la velocità, il richiamo dietro della gamba è importante per migliorare l’economia di corsa.
Questo non vale però in salita. Infatti, con un eccessivo richiamo della gamba, la sottoporremo ad uno sforzo extra, dovuto alla forza di gravità. Inoltre, non è un movimento che porterà il nostro corpo nella direzione desiderata. Ci porterà sì avanti, ma non in alto.
Forse è anche per questo che paradossalmente vado meglio in salita che in pianura. Infatti, sono sempre stato un po’ carente circa il richiamo della gamba. E qua, contando meno, questa mia mancanza influisce poco sulle mie prestazioni.
Invece, in salita contano di più le nostre povere ginocchia, che torneranno protagoniste tra poco. Qua sono loro a comandare il movimento e più si aumenterà la pendenza e più sarà necessario portarle verso l’alto.

Postura.
Lo so che non è facile. E che in salita si tende a piegarsi in avanti. Lo faccio anch’io.
Però la cosa ideale sarebbe mantenere il busto più eretto, così da non affaticarci a livello lombare e a favorire la respirazione. Cercate di guardare per terra il meno possibile, perché piegandoci a parità di numero di inspirazioni immagazzineremo meno ossigeno.

Queste erano tecniche “di base”, per così dire. Valide per tutti quanti.

Adesso veniamo a tre modalità di movimento più tipiche del trail.

Mani sulle ginocchia.
Quando la pendenza si fa più tosta, si può salire appoggiando le mani sulle ginocchia. E’ una tecnica che uso anch’io in questi casi e la trovo davvero molto efficace ed efficiente dal punto di vista del consumo energetico.
Come si mette in pratica? In sostanza, si appoggiano le mani sulle ginocchia e contestualmente le braccia spingono verso terra le ginocchia stesse. Potrebbe sembrare controintuitivo, ma così facendo si crea una spinta verso terra che aiuta ad andare avanti spendendo meno energie.
Attenzione, però, perché per usare questa tecnica a lungo occorre avere una buona forza a livello di tronco, di torace e di lombari. Insomma, un po’ tutta la zona del core, per semplificare. Perché questa parte sarà particolarmente sollecitata. E casomai non fosse allenata, oltre a rendere meno efficiente il movimento, si rischierebbe di affaticarlo presto.
Credo che questa sia la tecnica più utilizzata tra coloro che devono affrontare salite impegnative, senza l’utilizzo dei bastoncini.

Bastoncini.
E veniamoci allora all’utilizzo delle bacchette.
Io non le ho mai usate, perché fin’ora ho sempre corso distanze e dislivelli contenuti. Perciò qua, lo dico subito, non parlo per esperienza personale.
L’utilizzo dei bastoncini permette fare forza con braccia, spalle e schiena, a patto di saperli usare come si deve. Infatti, anche per questo caso specifico occorre una tecnica ed una preparazione adeguata. Però, semplificando, i bastoni possono essere certamente un valido aiuto nel caso vi troviate ad affrontare trail particolarmente impegnativi per le vostre capacità. Ci sono svariate diverse opinioni in merito circa quando utilizzarli e perché. Io mi limito semplicemente a pensare che il limite debba essere dettato dalla vostra esperienza e dalle vostre possibilità.

Alternanza tra corsa e camminata.
Nel trail, ed in generale nelle salite più dure, non c’è nulla di male nel camminare.
Innanzitutto, è bene ribadire che camminare non è mai una sconfitta. Ancor meno quando si affrontano salite lunghe e impegnative.
Questa tecnica potrebbe sembrare banale. “Eh, che ci vuole a camminare in salita”, potrebbe dire qualche uomo della strada. Tuttavia, la cosa è decisamente meno scontata di quanto si potrebbe pensare. Perché, per essere attuata con efficacia, occorre che il runner abbia consapevolezza delle proprie capacità, così da saper capire i momenti giusti in cui si può correre e quelli in cui camminare.
Ovviamente, come spesso accade in questi casi, una buona organizzazione aiuterà. Perché essere consapevoli di quanto può durare una salita o quali pendenze bisognerà ancora affrontare, aiuterà nel saper perlomeno cosa ci sarà da affrontare successivamente. Questo ci aiuterà nel saper dosare meglio lo sforzo. In ogni caso, solo con l’esperienza e un bel po’ di fuorigiri mal gestiti si imparerà.

Correre in natura, e anche in salita, è bello. Ma non si può improvvisare. Ecco perché prima è necessario allenarsi adeguatamente.

Io ho scoperto l’amore per salita non da tanto tempo, che poi è un rapporto di amore/odio e chi fa trail sa a cosa mi riferisco. Ma spero che questo episodio possa motivarvi e consigliarvi in questo senso, per provare anche voi in modo consapevole.

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Libri sul running: Oltre il confine, di Stefano Pampuro

Ho da pochi giorni finito di leggere “Oltre il confine. Viaggio nel cuore della corsa” di Stefano Pampuro.
Stefano è un amico di questo podcast. Infatti, è già stato ospite qua in una splendida chiacchierata, dove abbiamo proprio parlato principalmente della sua esperienza in Africa, dove è nato questo libro.

Lo stesso Stefano gentilmente mi ha poi mandato la versione digitale del libro che così ho avuto modo di leggere con calma. Ed eccoci qui, a farne la recensione al termine della lettura.

Link Amazon al libro “Oltre il confine, viaggio nel cuore della corsa”: https://amzn.to/2Q8Ft0r

L’altro libro di Stefano è “Ogni corsa è un viaggio: Storia di una generazione che ha dominato la maratona”: https://amzn.to/3o4yO3I

Account Instagram di Stefano: https://www.instagram.com/run.kenya/

Episodio “Oltre il confine con Stefano Pampuro”: https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/oltre-il-confine-con-stefano-pampuro

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Extra Running – Condividere le esperienze fa bene – Diego Regina e Lorenzo Maggiani

Un episodio specialissimo, realizzato in co-conduzione con l’amico Diego Regina.
Non parleremo di corsa, o perlomeno, non sarà decisamente l’argomento principale di questa chiacchierata. Tuttavia, è stato un esperimento, dove abbiamo divagato su tanti argomenti: podcast, musica, lavoro, ecc…

So benissimo che qualcuno storcerà il naso, sapendo che questo dovrebbe essere un podcast sul running. Ma per questa volta mi sono divertito a fare uno strappo alla regola.
Credo che comunque per i fan più accaniti ci potranno essere lo stesso delle gustose e simpatiche chicche, sempre ammesso che abbiate il coraggio di arrivare al termine di questa quasi ora e mezza di puntata!

Questi tutti i riferimenti di Diego.
Diego Regina il podcast: https://www.spreaker.com/show/diego-regina-il-podcast
Telegram: https://telegram.me/diegoregina
Newsletter: https://diegoregina.substack.com/

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Il pensiero giapponese nella corsa – Seconda parte

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Seconda parte di questo viaggio nella mia libera interpretazione del libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”, di Le Yen Mai, rivisitato in chiave running.

In ogni caso, sintetizzo dicendovi che ho letto questo libro di cui sopra, ricco di spunti interessanti circa il modo di vivere giapponese. Ci sono al suo interno molti approcci filosofici che possiamo fare nostri. Alcuni di questi li ho selezionati e declinati per chi, come noi, ama correre.

Itadakimasu: l’inno alla gratitudine

In Giappone c’è un detto che suggerisce di avere la pancia piena all’80%. Cioè, di non mangiare fino a piena sazietà, ma di mantenere il corpo non appesantito da un eccessivo consumo di cibo. È uno dei loro pilastri per vivere in salute.

Un po’ come accade in casa. È importante che nello spazio in cui viviamo non si accumulino troppi oggetti. Ed il segreto per riuscirci è imparare ad apprezzare le cose che abbiamo

Infatti “itadakimasu” viene spesso detto dai giapponesi quando ricevono del cibo.

Per certi versi, è paragonabile al nostro “buon appetito”, ma in verità ci sono delle sfumature ben diverse.

È di fatto un annuncio di gratitudine nei confronti di ciò che si riceve da mangiare.

Non indica un ringraziamento o un buon augurio verso gli altri commensali, ma è un gesto di devozione e rispetto nei confronti della pietanza stessa e di chi l’ha preparata.

È anche gratitudine nei confronti della natura, consapevoli che a volte per la realizzazione di un piatto è stata sacrificata una vita.

Ma non solo: anche per chi ha lavorato prima. Chi ha coltivato il terreno, allevato gli animali, preparato il piatto, ecc

Nella cultura giapponese, filosofica e spirituale, c’è il riconoscimento della forza vitale e dell’energia racchiuse nella natura.

Shinrin-yoku: l’antica pratica del bagno nella foresta

In verità non è solo il semplice fatto di fare un bagno in un bosco. Significa immergersi totalmente nell’atmosfera della natura e godere dell’esperienza attraverso tutti e 5 i sensi. Nel connettersi al verde e alla natura con sensazioni fisiche ed emotive.

Acquisire coscienza della realtà che ci circonda e stabilire una connessione con quei luoghi della natura che sanno rigenerarci e che sono parte del nostro patrimonio genetico.

Il contatto con la natura per l’uomo è un bisogno fisiologico.

Come una sorta di richiamo ancestrale, atavico verso il luogo che ci ospita.

Perché siamo geneticamente programmati per amare la natura: è scritto nel nostro DNA.

Praticando lo shinrin-yoku ci si accorge di come il contatto con la natura sia indispensabile per il nostro benessere psicofisico.

Stando in ambienti chiusi le nostre percezioni tendono ad assopirsi. Invece, quando siamo fuori di casa e dalla zona di comfort siamo più attenti e ricettivi. Le sensazioni si amplificano

Si esorteranno i sensi a vivere nuove esperienze.

Quando siamo in armonia con la natura, corpo e mente tornano a trovarsi in equilibrio. E a loro volta sono perfettamente sintonizzati con il mondo circostante.

Quella dello shinrin-yoku è un’arte antica: un modo efficace per curare stanchezza, stress, depressione, apatia e tutti i disturbi causati dai ritmi sostenuti dalle nostre vite sempre più frenetiche.

Serve per migliorare l’umore, rinfrancare lo spirito, rinforzare il sistema immunitario. Dà benefici psicologici e fisici.

Ovviamente, per viverlo al meglio occorre andare offline. Staccandosi dallo smartphone, dalle mail, dai social, ecc.

Ad ogni modo, per praticare lo shinrin-yoku non è necessario andare in Giappone. Si può metaforicamente fare anche qui da noi. È sufficiente un bosco, un parco. Un luogo verde, dove godere di pace. Da usare come rifugio, quando la frenesia della quotidianità ci schiaccia. Un posto dove i suoni assordanti della città non possono arrivare, restando lontani, in un’altra dimensione. Quello dev’essere un ambiente dove creare una connessione con la madre Terra.

Hanasaki: come vivere più a lungo

Il tempo non si può fermare. E occorre prendere coscienza di questo aspetto. Anche quando ci rendiamo conto di essere diventati adulti o quando ci rendiamo conto che i nostri genitori stanno invecchiando.

L’hanasaki ci insegna ad affrontare lo scorrere del tempo con consapevolezza. Non siamo immortali, ma possiamo seguire delle buone abitudini per migliorare il nostro stile di vita.

Alimentazione. Mangiando con moderazione, come già accennato anche precedentemente. Ma questo vale anche per qualche vizio, il vino o il cioccolato. Ci sta, ma in quantità moderate, solo quando se ne sente il desiderio. Così da gustarli di più, perché non sono cose da tutti i giorni.

Inoltre, avere orari precisi in cui consumare cibo aiuta ad avere una vita più ordinata sotto molti aspetti.

Poi, occorre mantenere la mente lucida, allenata. Evitando l’attaccamento agli oggetti

È necessario del tempo per ragionare e anche meditare. Cercando, quando necessario, il silenzio.

Occorre essere curiosi. Cercando di imparare sempre, a qualsiasi età, cose e gesti nuovi

Sprecare il tempo in attività futili potrebbe intorpidire il nostro cervello.

Ma non c’è mente senza corpo.

Pensate che dal 1928, tutti i giorni ininterrottamente, viene trasmesso in radio un programma chiamato “Radio Taiso”. Tradotto letteralmente “Ginnastica alla radio”.

Progettato affinché tutti, giovani ed anziani, possano partecipare e seguire gli esercizi proposti. Senza necessità di attrezzatura, tutto a corpo libero.

Viene usato anche nelle scuole come riscaldamento pre educazione fisica o in aziende per alzare il morale e costruire il senso di unità del gruppo.

Lo sport per loro è essenziale. E l’attività fisica stessa la è. Come modo per restare in salute, ma anche per costruire relazioni con colori che, come noi, hanno deciso di mantenere sano il proprio corpo.

Non devono per forza essere sport di squadra. Anche correndo o praticando yoga verrete a contatto con moltissime splendide persone.

Infine, l’hanasaki ricorda che l’importante non è vivere cent’anni, ma essere felici durante il periodo che ci è concesso vivere sul nostro pianeta.

Ikigai: la ragione per cui alzarsi al mattino

Europeizzando il concetto, potremmo definirlo come la “reason why”. Ma sarebbe un po’ riduttivo.

Ikigai significa riconoscere il proprio ruolo nel mondo ed imparare a vivere con un costante senso di soddisfazione e appagamento.

A ciò si accompagna una forte autorealizzazione, la sensazione di sentirsi vivi, l’avere dei progetti e il trovare una ragione che ci spinga ad alzarci dal letto la mattina con entusiasmo.

Trovare il proprio ikigai vuol dire liberare lo spazio, o meglio la mente, e concentrarci su cosa ci rende vivi e soddisfatti. Pertanto merita di trovare un posto di primo piano nella nostra esistenza.

Per farlo con successo, occorre anche guardare dentro sé stessi ed imparare a conoscersi.

Può sembrare difficile, ma a volte può bastare una semplice scintilla. E pensare ad un sogno che non abbiamo avuto mai il coraggio di realizzare.

È importante riflettere su cosa ci rende felici ogni giorno, sulle cose che ci fanno saltare fuori dal letto in anticipo anche nei confronti della sveglia, trepidanti.

Non è la prima volta che parlo dei propri perché in questo podcast. Ricorrono spesso nei miei pensieri, proprio perché li ritengo fondamentali.

L’ikigai può essere “contagioso” e condiviso per certi versi. Perché lo spirito di appartenenza ad una comunità è una componente fondamentale di questa filosofia, che prevede non solo la ricerca di qualcosa che amiamo, ma anche in cui ci riconosciamo.

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