Libri sul running: Born to run, di Christopher McDougall

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A metà tra il romanzo ed il documentario/reportage, con la corsa a fare da filo conduttore.
“Born to run, Un gruppo di superatleti, una tribù nascosta e la corsa più estrema che il mondo abbia mai visto” di Christopher McDougall è forse il libro a tema running che più mi ha colpito ed affascinato.

Prima di partire con la recensione, due parole velocissime sull’autore: Christopher McDougall.
Giornalista con un occhio di riguardo allo sport. Ha scritto, tra gli altri, per il New York Times, Runner’s World, Men’s Journal e Men’s Health.
Ma MCDougall deve la sua fama proprio a questo libro, datato 2009, che ha venduto tantissimo in tutto il mondo, che gli ha permesso di scriverne altri. Tra i quali spicca un altro libro a tema sportivo: Natural born heroes.

Non è facile descrivere Born to run: sintetizzando mi sentirei di dire che si tratta di una lettura indispensabile per ogni amante del running. Ed in particolare, si tratta di un testo non semplice da inquadrare. A metà tra la narrazione e l’informazione.

Di cose da dire ce ne sarebbero molte. Si toccano tanti aspetti del running e dell’ultra, ma non solo: la nutrizione, la tecnica, il benessere, la storia dell’ultra e di alcuni personaggi che l’hanno fatta e resa sicuramente più celebre negli ultimi anni. Si parla di fatica, sudore, ma anche di belle sensazioni e di soddisfazioni personali.
Ma non posso far durare questa puntata un’ora e devo riassumere. E lo farei dividendo idealmente Born to run sotto 3 aspetti, che si intrecciano spesso durante tutte le pagine.
C’è la storia personale dell’autore, che racconta testimoniando autobiograficamente un periodo della sua vita, nel quale ha approcciato la corsa in modo naturale. Era già un appassionato di running, ma tutte le esperienze che ha vissuto e raccontato in questo libro, credo proprio che abbiano cambiato radicalmente il suo modo di vivere questo sport.

Si parla del popolo corridore, i Tarahumara, una popolazione che risiede nell’attuale territorio del Chihuahua in Messico. Ma perché popolo corridore? Perché loro stessi si definiscono rarámuri, che significa “pianta idonea per la corsa”. Infatti, la pratica della corsa che è tipica di questo popolo, che percorre quotidianamente km e km correndo, in un clima non esattamente semplice.

Ed infine, c’è Caballo Blanco e l’organizzazione della sua ultramaratona: la Copper Canyon Ultramarathon. Caballo Blanco, che nel libro viene spesso nominato come Micah True, altro pseudonimo per nascondere il suo vero nome di battesimo, è un personaggio incredibile e fuori di testa.
Un americano che ha deciso, per svariati motivi che non sto qua a spoilerarvi, di vivere come un Tarahumara, abbracciando la loro filosofia ed il loro stile di vita, fatto di cose semplici e minimali e di tanta corsa.
Il suo rapporto con i Tarahumara rappresenta quasi un saggio sull’integrazione e sull’accettazione di un popolo nei confronti di qualcuno dalle origini ben diverse.

Qualche puntata fa vi ho anticipato di come stessi leggendo questo libro e di come avessi scoperto i semi di chia e l’Iskiate, bevanda appunto tipica dei Tarahumara. Link: https://gopod.me/da0a42-049
Questo è solo un piccolo esempio dei tanti insegnamenti che si possono trarre da questo libro. I Tarahumara sono una popolazione davvero sorprendente, ricca di strane tradizioni, ma dall’animo puro ed incontaminato. E mi sorprende anche solo il fatto che, nonostante il loro modo di essere, esistano ancora.

Ma una sorta di Tarahumara ad honorem è Caballo Blanco, che, come già accennato, è un personaggio fuori dagli schemi. E va ad organizzare una folle gara di 50 miglia (80km) nel deserto, invitando sia i Tarahumara più forti, sia Scott Jurek: forse l’ultramaratoneta più forte al mondo. A lui si unirà un manipolo di altri ultramaratoneti di livello assoluto, in una gara corsa in condizioni estreme.
Tutta la parte relativa a questa competizione è stata davvero entusiasmante. Al di là del risultato. Ma proprio per come è stata organizzata. E qua ci vogliono parecchie virgolette, dato che l’intera organizzazione o quasi era in mano a Caballo Blanco. E per come è stata vissuta, sia dai Tarahumara, il popolo corridore, che dagli americani, che hanno scoperto un modo di vivere l’ultrarunning decisamente non convenzionale.

Mi sento di consigliarlo al 100% a tutti gli appassionati di corsa, ma non solo. Credo che possa regalare emozioni ed idee anche agli altri. Gli insegnamenti contenuti in queste pagine e disseminati qua e là lungo tutto il racconto, vanno oltre al semplice gesto della corsa ed insegnano letteralmente a vivere meglio. Ci fanno scoprire un mondo ed una cultura nuova. Più che un libro, questo è un vero e proprio trattato di cultura sul mondo della corsa, con tanti piccoli aspetti, anche extra sportivi, davvero degni di nota.

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TV e running: Kilian Jornet, Path to Everest

Dopo avervi raccontato qualche puntata fa di We need lungs, voglio proseguire con questo filone, raccontandovi di un altro film/documentario che ho visto “Kilian Jornet, Path to Everest”.

In verità la corsa non è la protagonista principale di questo film. L’argomento è più l’alpinismo estremo. Seppur Kilian sia decisamente famoso per le sue qualità di runner di endurance.

Infatti, per gli amanti della corsa, Kilian Jornet non dovrebbe aver bisogno di presentazioni: è uno dei fondisti di corsa in montagna più forti di tutti i tempi, se non il più forte in assoluto. Ha vinto per 6 volte le Skyrunner World Series, con 34 vittorie parziali di gara. Oltre a questo, si è reso protagonista di svariate imprese vincenti a livello di skyrunning, ultramaratone e corsa di endurance in ogni sua forma.

Ma Kilian si annoiava a vincere sempre. Ed allora ha dato il via al progetto “Summits of my Life”, che lo ha visto impegnato nel tentativo di migliorare i record di salita e discesa in autosufficienza di alcune fra le più note e alte montagne della Terra: Monte Bianco, Cervino, Aconcagua, Monte McKinley, Everest.
Ed è di quest’ultima scalata solitaria che si parla in questo film, dove i paesaggi e la fotografia sono davvero mozzafiato, specie per gli amanti della montagna.

Tuttavia, solo l’ultima parte si concentra su questa avventura.
La prima metà di film, invece, ci permette di scoprire meglio il personaggio Kilian Jornet. Con le testimonianze di persone: a partire dalla mamma, arrivando alla sua compagna, passando per vari compagni di viaggio.
Ma anche proprio con le sue parole in viva voce: si parte proprio dall’infanzia, nella quale vediamo un Kilian già nato con una predisposizione particolare per questa tipologia di attività, arrivando sino ai giorni nostri.
Paradossalmente, è la parte che mi è piaciuta di più. Dove ho potuto scoprire meglio il carattere e le ossessioni di un personaggio mitologico del running contemporaneo.
Nel film, si vede Kilian raccontare episodi felici, ma anche i suoi momenti bui, come ad esempio la morte del compagno Stéphane Brosse, proprio davanti ai suoi occhi, mentre stavano affrontando la prima sfida del “Summits of my Life”, il Mont Blanc Crossing, una traversata di due giorni dell’intero massiccio del Monte Bianco.

E, dopo averci fatto entrare nella vita di Kilian ed aver così empatizzato un po’ con lui, il film svolta decisamente, focalizzandosi sull’Everest.
Kilian ed il team arrivano nei campi base nel maggio del 2017. E qui, dopo qualche sopralluogo, Kilian tenterà per ben due volte nel giro di pochissimi giorni la scalata sul Tetto del Mondo, in solitaria e senza bombole di ossigeno.
Per come si imparerà a conoscere il carattere decisamente particolare ed avventuriero di Kilian, si comprende bene come questo non sia assolutamente un traguardo, un punto di arrivo, ma piuttosto un nuovo stimolo verso nuove sfide estreme.

Di questo film, della durata di un’ora e 24 minuti una piccola nota negativa, se vogliamo, è la lingua. Dato che il docu-film è quasi tutto parlato in catalano, con qualche sprazzo di inglese e francese. Ma niente paura: lo trovate tranquillamente con i sottotitoli in italiano su Amazon Prime Video.

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Overtraining: cos’è, come riconoscere e come evitare il sovrallenamento

Qualche settimana fa un’ascoltatrice, Anna, mi ha scritto su Telegram, chiedendomi di spiegare ed approfondire l’argomento overtraining, anche detto più semplicemente sovrallenamento.
Le ho dato una risposta veloce, ma avevo promesso di andare più in profondità in una puntata specifica, ed eccoci qua.
Se anche voi volete farmi delle domande o suggerirmi degli argomenti, scrivetemi su Telegram al mio account https://t.me/lorenzomaggiani.

Prima di partire con l’argomento, ci tengo a sottolineare che non sono un allenatore e quanto dirò sarà più che altro frutto della mia esperienza personale, non perché mi sia mai capitato, ma più per quello che mi è stato raccontato, e di ciò che ho trovato su internet.

Parlare del sovrallenamento è importante, specialmente ora che siamo quasi tutti stati fermi a lungo per il Covid19, dove il fisico è rimasto fermo per molte settimane, ma a far da contraltare c’è la voglia matta di spaccare il mondo e di far girare le gambe.
Siamo perciò in un momento dove il sovrallenamento potrebbe verificarsi con più facilità.

Che cos’è l’overtraining
Il sovrallenamento è una condizione fisica, comportamentale ed emotiva che si verifica quando il volume, l’intensità e la frequenza dell’attività di una persona eccedono la sua capacità di recupero.
In parole più semplici, si va in sovrallenamento quando l’attività fisica praticata è talmente intensa (sia in termini qualitativi che quantitativi) che il corpo non è in grado, nel periodo di recupero, di smaltire la fatica accumulata.
E’ comunque, soprattutto nel mondo di noi amatori, una sindrome piuttosto rara da riscontrare.
Tuttavia, il sovrallenamento colpisce principalmente gli atleti che praticano sport di resistenza, come nel nostro caso la maratona o una ultra. Perciò è bene parlarne e stare attenti.

La causa principale è spesso l’eccessivo numero di allenamenti e la loro elevata intensità, spesso accompagnata da troppe gare ravvicinate nel tempo.
Ci sono però a volte delle concause, come poche ore di sonno, alimentazione ed integrazione errata, problemi di salute e psicologici non per forza correlati al mondo dello sport. Ad esempio, in famiglia, al lavoro e così via.

Come riconoscerlo
Non è facilissimo capire quando si è in overtraining. Ed è bene fare una distinzione tra il più semplice affaticamento ed il sovrallenamento, perché è facile confonderli.
Fondamentalmente, l’affaticamento è un primo segnale di allarme per un possibile overtraining.
Semplificando, la regola è: in presenza di uno o pochi sintomi, che vedremo tra poco, si parla di affaticamento. Quando invece i sintomi iniziano a superare i 4 o 5, si va verso il sovrallenamento.
Quindi, quando iniziate ad essere affaticati, potrebbero essere sufficienti un paio di giorni di riposo assoluto ed un breve periodo di scarico per non peggiorare la situazione.
Diffidate sempre delle tabelle di allenamento che non prevedono alcun periodo di scarico.

I sintomi di questa sindrome sono numerosi.
Performance che non crescono più o che, peggio, calano. E questo, quando non si riconosce l’overtraining porta ad un ancor maggiore carico di allenamento, facendo entrare la persona in un circolo vizioso. Infatti, ci si allena sempre di più, ma i risultati continuano a calare.
Gli altri sintomi sono aumento del battito cardiaco, perdita eccessiva di peso, insonnia e relativo aumento della necessità di dormire, problemi immunitari, disturbi intestinali, suscettibilità o depressione ed ovviamente stanchezza cronica, con dolori muscolari e pesantezza alle gambe.
Il problema è che spesso quando ci si rende conto di avere un po’ di questi sintomi è troppo tardi. Nel senso che si stanno già riscontrando questi problemi e l’overtraining è in atto.
I riposi sono fondamentali proprio per prevenire il sovrallenamento.

Potreste non riscontrare tutti questi sintomi insieme, ma già riconoscendone 4 o 5 i segnali iniziano ad andare in quella direzione. Il mio consiglio è quello di prendersi una pausa completa di 10/15 giorni e successivamente riconsiderare l’intero piano di allenamenti settimanali, inserendo un maggior numero di riposi. La bella notizia è che, se ci si è fermati in tempo, consentendo al corpo di rigenerarsi spesso quando si riprenderà a correre si andrà più forte di quando ci si è fermati!
Se, anche con uno stop, le cose non dovessero migliorare, credo che sia il caso di farsi visitare da un dottore.
E’ necessario anche dire che quando si hanno questi sintomi, anche le possibilità di subire un infortunio aumentano.

Come evitarlo
L’overtraining si può prevenire. E riuscire a farlo è importante perché non sempre è facile risolvere il problema una volta che questi si è presentato.
La prima cosa da fare, ed anche la più semplice e logica, è quella di tarare bene gli allenamenti da svolgere in base al vostro livello, senza mai eccedere né in quantità, né in qualità, inserendo degli importanti giorni di recupero e dei periodi di scarico.
E’ importante anche riposare bene. Quindi, dormire almeno 7-8 ore al giorno e, possibilmente con la maggior qualità del sonno possibile.

Anche la nutrizione ricopre un ruolo fondamentale per i runner: tutti dovrebbero seguire un regime alimentare equilibrato, specialmente quando si sottopone il corpo ad una preparazione, come potrebbe essere quella per una maratona.
Anche l’eventuale assunzione di integratori deve essere ben studiata: non deve essere eccessiva, nè tantomeno lasciata al caso ed alle sensazioni.

In generale, tutte le tabelle di allenamento e preparazione dovrebbero avere dei periodi di scarico. Solitamente, si inserisce una settimana di scarico al mese ed un mese meno impegnativo ogni 3-4.

Concedere al proprio organismo un periodo di rigenerazione è assolutamente fondamentale per chiunque, a prescindere dal livello di performance che si stanno cercando.
Anche durante l’anno o una stagione, è necessario prevedere dei periodi di riposo, anche assoluto, nel quale staccare completamente la spina dalla corsa.

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Semi di chia ed Iskiate: gli alimenti naturali degli ultra runner

Leggendo il libro Born to run, scritto da Christopher McDougall e sul quale farò in futuro una puntata, ho scoperto l’esistenza dell’Iskiate. Un drink energetico naturale. Per la cronaca, avevo già anticipato in parte l’argomento sul canale Telegram, con foto annesse. Quindi, se volete scoprire in anticipo alcuni argomenti trattati e vedere le foto, iscrivetevi al canale. Link: https://t.me/da0a42

Questa bevanda in origine era bevuta solo dai Tarahumara, una popolazione messicana di super corridori. Se ne parla approfonditamente nel libro di cui sopra e vi racconterò tutto su di loro.

Dopo che questo libro si è diffuso nel mondo della corsa, anche altri, come me, hanno voluto assaggiare i semi di chia e l’Iskiate. Ma andiamo per ordine.

Cosa sono i semi di chia
Sono dei piccoli semi grigio-neri ricavati da una pianta chiamata Salva Hispanica.

Sono conosciuti in verità da molto tempo in Sud America. È tutt’oggi vengono raccolti ed usati come base alimentare.

I semi di chia sono ricchi di sostanze nutritive, soprattutto per gli atleti. O per gli atleti wannabe come me. Il nome in azteco addirittura significa “forza”.
Infatti, contengono Omega3, proteine, aminoacidi, vitamine, fibre, minerali (calcio, zinco, potassio, fosforo). E contengono anche antiossidanti, utilissimi per il recupero muscolare.
Pare anche che, essendo in grado di assorbire moltissimi liquidi, siano ottimi per reidratare e che abbiano proprietà in grado di migliorare le funzioni intestinali.
Roba da non credere!
Il tutto all’interno di semini grigetti, ai quali, vedendoli,nessuno darebbe due lire.
Quelli bravi definirebbero questi semi un “SuperFood”.

Oltre che per l’Iskiate, del quale vi parlerò tra poco, si possono utilizzare in altri modi in cucina.
Nello yogurt, nel latte con i cereali.
In impasti, come pane, focacce o torte salate.
Nelle insalate.
Negli infusi.
Anche semplicemente a cucchiaiate.

Se non avete idea di dove trovarli, sappiate che si dovrebbero poter acquistare nei supermercati più forniti. In ogni caso, io li ho presi su Amazon. 250gr a poco più di 3€. Ovviamente esistono anche confezioni più grandi e convenienti. Ma per iniziare ad assaggiarli, 250gr sono più che sufficienti e si può anche rischiare un investimento di 3€, che anche se non dovessero piacere, si è perso poco.

Comunque non sono un nutrizionista e non mi sento di consigliare un uso smodato di questi semi. Magari provate con moderazione e vedete l’effetto che fa.

Che cos’è l’Iskiate
È una bevanda energetica completamente naturale, semplice da preparare, ma in grado di reintegrare il fisico molto bene. Potremmo chiamarlo una sorta di Gatorade naturale, anche se ovviamente alcune proprietà non sono proprio le stesse.
Come avrete ascoltato, i semi di chia possiedono molte caratteristiche positive e ne sono l’ingrediente principale.
Come accennato, è nato in Sud America, in particolare in Messico, dove i Tarahumara, popolo di ultra runner ne fanno un ampio utilizzo.

Come si prepara l’Iskiate
La preparazione è molto semplice. Ma sul canale Telegram ho messo tutte le foto del procedimento, a prova di montaggio di un mobile Ikea. Così, vi costringo ad iscrivervi per vederle!

Si riempie mezzo bicchiere d’acqua e si versano i semi di chia. Si attende un po’ di tempo, dalla mezz’ora fino alle due ore, a scelta. Ma volendo anche di più.
I semi di chia si gonfiano, assorbendo acqua e diventando gelatinose. Più si lasciano ammollo e più assorbiranno liquidi.
Si aggiungono zucchero o miele, a seconda dei gusti e il succo di mezzo limone o mezzo lime.
Si riempie il bicchiere d’acqua fino all’orlo, si mescola il tutto ed il gioco è fatto!

Un’idea potrebbe essere quella di mettere i semi in acqua prima di uscire a correre e berlo una volta tornati a casa. Ma sentitevi liberi di assaggiare ed eventualmente consumare l’Iskiate quando volete. Anche in questo caso, andateci piano e non sfondatevi. Per quanto possa essere un drink naturale, le esagerazioni sono sempre sbagliate.

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Come trovare la motivazione per correre da soli

La situazione attuale, non entro troppo nei dettagli dei vari decreti, ci impone una corsa solitaria. Ma, anche se così non fosse, se vogliamo essere sicuri di correre in tutta sicurezza, mi sento di consigliare caldamente questa soluzione.

Ma non tutti sono dei runner principalmente solitari, come il sottoscritto.
Personalmente, apprezzo molto il running solitario perché posso concentrarmi su me stesso e sull’allenamento che sto facendo. Ed in generale, lo trovo un esercizio rigenerante e rilassante per il mio spirito. Una sorta di meditazione in movimento.

Però c’è chi correva quasi esclusivamente in compagnia. Ma ora, se vuole continuare a correre, deve cambiare le proprie abitudini. Come fare? Come trovare le motivazioni extra per farlo?

Ho già registrato una puntata sul come trovare le motivazioni per correre quando si ha poca voglia (link: https://gopod.me/da0a42-016). E i consigli di quella puntata restano validi. Ma oggi voglio entrare nello specifico per chi deve iniziare a correre in solitaria.

La prima cosa da fare è ricordare a sé stessi che un ulteriore stop in quanto a running, potrebbe portare ad un calo ancora maggiore delle prestazioni. E’ inutile in questo momento attendere la possibilità di tornare a correre in gruppo, perché non sappiamo quando questo sarà nuovamente possibile.

Ricordatevi anche che, correndo da soli, non sarete legati ai tempi degli altri. In tutti i sensi: non dovrete aspettare il compagno ritardatario e neppure dovrete seguire il passo di qualcuno più veloce o lento di voi. E’ difficile che si corra sempre tutti allo stesso ritmo. Correndo da soli si elimina completamente questo problemino.

Altra cosa da fare, è ricorrere alla memoria del nostro corpo e delle sue vecchie abitudini. Mi spiego meglio con un esempio: se prima eravate abituati a correre un mattino sì ed uno no alle 7 con un vostro amico, riprendete la stessa abitudine, ovviamente escludendo, purtroppo, l’amico. Sarà più facile per voi, perché inconsciamente avete già insita l’abitudine alla sveglia ed alla corsa a quell’orario ed in quelle condizioni.

Se avete la possibilità di correre in mezzo alla natura, ovviamente sempre in sicurezza, fatelo. Questo aspetto può motivarvi ulteriormente, perché sarete in grado di apprezzare il verde o comunque gli aspetti della natura che in compagnia magari vi sfuggivano, perché intenti a chiacchierare. Inoltre, pensate che ci sono degli studi che hanno dimostrato che correre in mezzo alla natura aiuti a ridurre lo stress ed a migliorare l’umore.

Se non avete, però, questa possibilità, provate la tecnica opposta: ascoltate musica o un podcast. In questo modo sostituirete le chiacchiere con qualcosa in grado di distrarvi.

Pensate al fatto che correre da soli vi permette di ascoltare al 100% il vostro corpo.
Ascoltare il proprio respiro è la prima cosa. Ma non c’è solo quello. I segnali che vengono inviati sono molteplici e solo correndo in solitaria si possono cogliere al meglio.

Datevi dei piccoli obiettivi e delle sfide. Anche se davvero infinitesimali, provate a darvi dei piccolissimi obiettivi da raggiungere in termini di tempi o di chilometraggi. Così avrete una motivazione ulteriore per correre.
Addirittura, un obiettivo potrebbe essere proprio quello di imparare a correre anche da soli!
Porvi un obiettivo e raggiungerlo è motivo di soddisfazione personale. Ma se si riesce nell’intento grazie alle proprie capacità, correndo da soli, ci si sentirà ancor più appagati e realizzati rispetto ad averlo fatto correndo in compagnia.

Di contro, voglio ricordarvi che non ci sono gare in vista. E, come già detto in passato, questa potrebbe essere l’occasione buona per imparare ad apprezzare il running per le sensazioni che regala, senza badare al tempo.
In fin dei conti, dopo anni in cui ci si sforzava per delle gare, seguendo minuziosamente le tabelle di allenamento, correre senza di esse dovrebbe risultare quasi come una liberazione!

Correre da soli vi aiuta a migliorare sotto l’aspetto mentale. Infatti, può capitare che in una gara lunga come la maratona ci si dica “Ma chi me l’ha fatto fare!”. Anzi, credo sia una cosa piuttosto comune. Salvo poi, appena tagliato il traguardo, di cambiare immediatamente idea e pensare alla gara successiva.
Ecco, correre da soli aiuta a sviluppare questo aspetto mentale di autocontrollo e di concentrazione. Che può tornare ovviamente utile durante la corsa, ma che può essere decisivo anche nella vita di tutti i giorni, in qualsiasi altro ambiente.

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