Romanzo su Shizo Kanakuri. Storia che forse già conoscerete. Io la conoscevo, ma non nel dettaglio. Va detto che in questo romanzo, come ammette lo stesso autore, molte delle vicende sono state inventate di sana pianta e ci sono svariate discrepanze tra la storia vera e quella raccontata nelle pagine di questo libro. Tuttavia, la storia di base resta quella vera.
Il romanzo è più incentrato sulla vita di Shizo, piuttosto che sulla corsa. Ma sicuramente la corsa e nel suo caso la maratona olimpica hanno rappresentato uno snodo fondamentale per la direzione poi intrapresa.
La storia narra di Shizo, un ragazzo che vive in una zona di campagna del Giappone. Appartenente ad una famiglia molto importante, che ripone in lui molte aspettative. Nonostante la famiglia lo obblighi a studiare molto, Shizo ama anche e soprattutto la natura. In special modo correre, immergendosi a capofitto nella natura per sentirsi libero. Inizia così, inconsapevolmente, ad allenarsi. Crescendo, viene spedito a Tokyo, per proseguire i suoi studi in una importante università. La famiglia per lui ha in serbo un futuro luminoso e studiare lo porterà lontano nel mondo degli affari. A Tokyo trova il modo di allenarsi e di farsi allenare in modo specifico per la corsa. Sarà proprio l’università di Tokyo a offrirgli un’occasione irripetibile: partecipare alle Olimpiadi di Stoccolma per correre la maratona olimpica. E’ addirittura l’Imperatore del Giappone, Mutsuhito, a comunicargli la notizia.
Ora, siamo nel 1912: all’epoca le Olimpiadi erano un evento di scarsa importanza, che servivano più come evento di incontri diplomatici tra le nazioni che altro. Ma se è lo stesso Imperatore ad ordinartelo, non puoi certo rifiutare.
Così Shizo si allena per qualche mese e parte in direzione Stoccolma. Un viaggio lunghissimo, principalmente in treno.
Si arriva così al giorno della gara: Shizo però è abituato a correre tra i boschi o all’alba. E a Stoccolma sorprendentemente, fa caldo: ci sono più di 30 gradi all’ombra. Inoltre il regolamento dell’epoca vieta agli atleti di bere e rifocillarsi in corsa. E così, proprio quando sta rimontando i primi, commette un errore che gli costerà caro, gli costerà tutto: si ferma e si addormenta. Non taglierà mai il traguardo. Perlomeno quel giorno. Vergognandosi, e se conoscete i giapponesi sapete quanto l’onore sia importante per loro, decide di fuggire.
Attraverso varie peripezie, Shizo cambierà anche identità, tornando finalmente in Giappone per diventare il guardiano della collina dei ciliegi.
Ho già spoilerato pure troppo: vi dico solo che prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. E per Shizo i conti con questa maratona mai finita non sono chiusi definitivamente.
Anche se molti elementi sono di fantasia, ho apprezzato il fatto che si trattasse di un romanzo di narrativa e non di una semplice biografia. A gusto personale, preferisco i romanzi di narrativa pura rispetto alle biografie asettiche. In fondo in fondo, come si dice: “Perché rovinare una bella storia con la verità”. La lettura è stata molto scorrevole e piacevole. E’ davvero un romanzo ben scritto.
Un argomento un po’ meno da tapascioni rispetto al solito. Ma sapere che cosa sono gli FKT è comunque cultura generale del running. Anzi, per molti ultrarunner in giro per il mondo questo è davvero un culto vero e proprio.
Ma cosa sono gli FTK, ovvero Fastest Known Time?
Non ha trovato fino ad oggi grande spazio nella cultura del running italiano. Ma complice il Covid, e la relativa mancanza di gare, c’è sicuramente stato un aumento dell’interesse e questa da noi è stata un po’ l’estate degli FKT.
Si tratta di scegliere un percorso e stabilirne il record di percorrenza. Semplice, no? Ma gli FKT non sono i segmenti di Strava, sparsi ovunque e che chiunque può creare autonomamente. Gli FKT sono un po’ più di elite, per così dire.
Percorsi mediamente lunghi, spesso trail (o parzialmente trail) e possibilmente spettacolari sotto il profilo paesaggistico o rappresentativi dal punto di vista storico.
Comunque, cercando tra quelli italiani, ne ho trovati anche alcuni più alla portata di tutti (o quasi).
Si passa da tracciati con meno km ma più dislivello, ad altri più lunghi, ma con altimetria meno cattiva, fino ad arrivare a percorsi che uniscono entrambe le cose, che richiedono ore ed ore. Quelli americani, i più famosi sono il Pacific Crest Trail e l’Appalachian Trail, sono davvero lunghissimi e richiedono interi giorni per terminarli. Anzi, per l’Appalachian più che giorni si parla di mesi: Scott Jurek, esattamente non l’ultimo arrivato, ci ha messo 46 giorni.
E’ possibile segnalare al sito nuovi percorsi, che vengono messi al vaglio dall’organizzazione. Devono avere determinate caratteristiche. Giustamente così non viene inserito tutto quanto, a differenza dei segmenti di Strava, ma solo ciò che merita davvero. C’è proprio una pagina di segnalazione e verifica: https://fastestknowntime.com/verification
Anzi, vi invito a segnalare percorsi adatti, meritevoli di essere percorsi: belli, impegnativi, spettacolari. Che sicuramente far crescere questo database non può fare che bene.
Nel sito viene segnato solo il miglior tempo e non tutta la classifica. Solo lo storico di chi man mano ha registrato il miglior tempo.
Non c’è la competizione in gruppo, perché si tratta di effettuare queste uscite in solitaria. E non c’è l’organizzazione di gara che fornisce ristori e così via, così come non ci sono i premi per i finisher. Se non la gloria di chi stabilisce il record. E ovviamente non c’è pubblico, se si esclude la vostra fidanzata che vi accompagna in macchina alla partenza.
Insomma, niente pettorali, né avversari. Solo voi ed il percorso scelto.
In verità ci sono delle categorie che prevedono il supporto. Anche perché alcuni di questi percorsi sono davvero impegnativi. Supported, Self-supported o Unsupported. Supported (supportato) significa che si viene seguiti da una persona o da un gruppo di persone che può fornire aiuto lungo il percorso. Nel caso del “self-supported” (auto-supportato), si può iniziare portando parzialmente ciò che serve (panini, barrette, gel, ecc), man mano recuperando cibo e acqua durante il tragitto, ma senza fermarsi al rifugio. In quel caso sarebbe considerato Supported. Nel caso “Unsupported”, si fa tutto in solitaria. Ci si porta tutto da casa, dall’inizio alla fine. L’unica eccezione è per l’acqua, solo se si prende dalle fontane o da fonti naturali.
L’idea di base, nonostante che nel sito ci sia solo il miglior tempo e che spesso si faccia tutto da soli, è quella di comunità.
Selezionare un percorso, organizzarsi per andarci, magari in compagnia per un tratto e chiedendo informazioni a chi lo ha fatto prima di te. E poco importa se non si otterrà il record: anche solo il fatto di portarlo a termine sarà una grande soddisfazione!
A proposito di comunità legate all’FKT, proprio di recente ho sentito una puntata di Buckled (che vi linko: https://www.buckled.it/e018-tranlagorai-classic-fkt-run/) in cui Alessandro Locatelli parla con Francesco Paco Gentilucci della Translagorai Classic FKT Run.
Paco Gentilucci racconta di come sia nata l’idea di definire in modo semi-ufficiale i dettagli di questo percorso, anche tramite la creazione di una pagina Facebook, un sito (link: https://unghierottemaniaperte.com) con tutte le informazioni necessarie per fare il tracciato e scrivere un relativo albo d’oro di chi ha tentato l’impresa.
Ecco, questo è lo spirito giusto di un FKT che qua spero pian piano arrivi, anche quando ritorneranno tutte le gare. Condivisione e conoscenza.
Lo stesso sito FKT del resto consiglia documentare la prova e di scrivere tutto. Anche perché, se davvero si vuole tentare il record, è necessario fornire le prove.
Come detto, qua in Italia ancora non ha preso molto piede ed i tracciati non sono tantissimi. Tuttavia, complice il Covid e la mancanza di gare, sempre più runner stanno usando questi percorsi per motivarsi ulteriormente e per darsi degli obiettivi tangibili.
Curiosità: come nasce l’FKT? Era il 1998, quando Buzz Burrell e Peter Bakwin, due ultrarunner americani, decisero di correre il Colorado Trail. Un percorso di oltre 800km, cercando di metterci il minor tempo possibile. Solo Burrell lo concluderà. Per i soli parziali: 11 giorni 16 ore e 13 minuti. Ma questa fu una prima scintilla.
Infatti, dopo questa avventura, affrontarono l’anno successivo la John Muir Trail. Anche in questo caso il loro obiettivo era metterci il minor tempo possibile. Solo che non sapevano quanto fosse questo tempo. Non era ancora l’epoca di Strava e simili. Come riferimento presero per buono quello di Blake Wood, un altro ultrarunner, che affermo di averci messo qualcosa meno di 5 giorni. Da qui nacque il termine “Fastest Known Time”, cioè, il tempo più veloce conosciuto.
Per la cronaca, poi provarono anche a battere questo tempo sulla John Muir Trail. Il primo tentativo fallì, ma al secondo riuscirono: 4 giorni e 9 ore. Stabilendo così un nuovo “Fastest Known Time”.
Da qui nacque definitivamente l’idea di ufficializzare una cosa che in verità non è molto ufficiale, non essendo gare controllate dai giudici, ma affidandosi ai tracciati GPS. Ed è nato il sito di cui vi ho già parlato e che sta ottenendo una visibilità sempre crescente con il passare degli anni.
Se vi state domandando se anch’io ho mai tentato un FKT, la risposta è no. Però, se la situazione resterà tale a livello di gare, sarei molto tentato dal provare a farne uno proprio qua vicino a casa mia: l’AVG, Alta Via del Golfo. Non per fare il record, perché col cavolo che lo faccio in 6 ore e mezza, ma giusto per avere un obiettivo importante all’orizzonte. Lo prenderei più come un’occasione per farmi una giornata intera a camminare e corricchiare, senza alcuna pretesa sul tempo impiegato. Partendo alle 7 del mattino e arrivando nel pomeriggio. Vedremo cosa ci riserveranno le prossime settimane e cosa deciderò di fare.
Puntata marchetta, dove lancio ufficialmente il sostegno popolare economico per questo podcast.
Cos’è Patreon Patreon è una piattaforma di crowdfunding, ovvero di sostegno popolare, che prevede una donazione mensile. Così che sia la community a finanziare il progetto.
Perché ho scelto Patreon? E’ la piattaforma che più si confà al mio modo di fare podcast. Patreon è un modo efficace per passare dall’hobby, al progetto un po’ più serio, alzando un po’ l’asticella.
Questo podcast è nato senza scopo di lucro e resterà tale finché avrà vita. Però penso sia giusto monetizzare questa attività. Sicuramente non saranno entrate che mi cambiano la vita, ma possono aiutarmi, anche moralmente, a proseguire.
E’ una piattaforma che reputo adatta alla monetizzazione di questo podcast perché è legata alla persona (mia) ed alle persone in genere (voi). Non essendo io un coach non posso vendere corsi, per esempio. Invece Patreon è adatto a far valere e a dare valore all’aspetto umano. Creare un gruppo di persone legate a questo progetto, al punto di aver messo mano al portafogli. Consolidare la community: se volete potete entrare ancora in modo più forte dentro questo podcast. Così ci saranno più persone sulla barca insieme a me.
Ovviamente non voglio fare l’ipocrita: l’aspetto economico in parte c’entra. Così mi pago qualche spesa. Ma non penso che potrò mollare il mio lavoro per diventare un podcaster H24 7 giorni su 7. Anche perché come vedrete le cifre per aderire non sono elevate. Si parte da 1$ al mese, che è come offrirmi un caffè ogni 30 giorni.
Per me è più un gesto di fratellanza. Una sorta di ringraziamento pubblico per il podcast attuale, libero per tutti. E che sarà sempre libero per tutti.
Infatti, ci tengo a sottolineare che questo podcast è e sarà sempre gratuito, almeno finché esisterà. Il vostro finanziamento è un gesto di gratitudine nei miei confronti per il lavoro svolto fino ad oggi e che continuerò a fare nei prossimi mesi.
Immagino che adesso non saremo in tanti, ma Patreon crescerà con me e con voi. L’idea è ovviamente di svilupparsi nel tempo. I primi finanziatori riceveranno sempre un occhio di riguardo. Non per fare figli e figliastri, ma perché sono i primi ed i più coraggiosi a farmi compagnia in questa impresa.
Tier/livelli, ringraziamenti concreti per chi finanzia.
Non si tratta di donazione pura. Preferisco ricevere un apprezzamento, un riconoscimento per ciò che faccio e propongo e non voglio ricevere beneficenza secca. Anche perché un po’ mi sentirei in colpa a chiedere, senza dare nulla in cambio.È vero che c’è questo podcast pubblico, e per chi vuole, è un modo per contraccambiare per le puntate fatte fin’ora e per quelle che verranno. Tuttavia, la sindrome dell’impostore mi obbliga ad offrire qualcosa in più. Infatti, tolto il livello da 1$ che è molto basico, per chi darà di più ci sarà qualcosa in cambio.
Come funziona Patreon Vi iscrivete, tramite sito o app.
Andate all’indirizzo https://www.patreon.com/da0a42 e scegliete uno dei 3 livelli che ho creato. Inserite il metodo di pagamento, confermate ed il gioco è fatto.
Potete anche annullare l’iscrizione in qualsiasi momento, così come potete decidere di passare da un livello all’altro, aumentando o diminuendo il finanziamento senza problemi.
Sarà un Patreon, come il podcast, fatto da un tapascione per tapascioni. E ascolterò ogni consiglio sul come migliorarlo, eventualmente andando a modificare in corsa le ricompense.
1$ al mese: Tapascione Sarai inserito tra i supporter del podcast sul sito ufficiale https://da042.home.blog con un link al tuo sito/profilo. Avrai un ringraziamento pubblico in un episodio successivo alla sottoscrizione.
5$ al mese: Runner amatoriale I due benefit precedenti, in più… Avrai accesso al Gruppo Privato su Telegram. Avrai accesso ad alcuni contenuti extra, visibili solo su Patreon
10$ al mese: Top runner Tutti i benefit dei due livelli precedenti, in più… Avrai la massima priorità sulle risposte alle tue domande. Avrai la possibilità di ascoltare le puntate del podcast segreto, che pubblicherò su Patreon. Riceverai a casa il “Diario del tapascione”.
Non escludo il fatto che possa fare degli errori su questi livelli. Nel caso, interverrò per aggiustare in corsa il tiro.
In un certo senso vorrei che foste voi a collaborare. Suggerimenti e consigli sono sempre i benvenuti.
Mi riservo la libertà in futuro di cambiarli, in base al numero di Patrons, di idee, di opportunità e di richieste di chi deciderà di finanziare questo progetto: ascolterò tutti i feedback dei finanziatori.
Ovviamente poi spiegherò sempre tutto prima di effettuare modifiche varie.
Un enorme grazie a tutti coloro che decideranno di contribuire anche solo con 1$ al mese.
Parlo spesso di correre lentamente, suggerendovi di farlo molto spesso.
E ho anche fatto una puntata per impostare i vostri allenamenti basandovi sulla frequenza cardiaca. Di fatto questa può essere considerata una puntata integrativa di quella. Link: https://gopod.me/da0a42-067
Però, soprattutto se si è all’inizio, è probabile che non si sia in possesso di uno sportwatch di grande qualità (a volte non lo si ha neppure lo sportwatch) e ancor meno la fascia cardio.
Ma anche se si fosse in possesso della fascia migliore e più precisa al mondo, è bene conoscere i propri ritmi di allenamento basandosi su dei dati scientifici, che siano abbastanza attendibili.
Anche perché a volte non si ha la lucidità per leggere ed interpretare i dati letti dalla fascia cardio, mentre è molto più immediato vedere il tempo che si sta facendo, confrontandolo anche con le uscite precedenti, per capire se si è migliorati o meno.
Inoltre, il battito cardiaco è una cosa molto personale, che differisce da persona a persona. Invece questi numeri sono un po’ più validi per tutti, in quanto si adattano piuttosto bene ad ogni corridore, a prescindere dal suo livello.
Oltretutto, Alessandro, un fedelissimo di questo podcast, mi ha consigliato di parlarne, ed eccoci qui!
Perché avere dei ritmi diversi? Stimoli differenti al proprio corpo. Ogni allenamento ha un obiettivo diverso. Bisogna mantenere velocità adeguate alla tipologia di uscita che si sta facendo.
Perché conoscere i ritmi da tenere? Per non esagerare, in un senso o nell’altro. Ad esempio, per non andare troppo veloci durante delle ripetute, scoppiando già alla prima. O per non fare un lungo lento troooppo lento, al punto quasi da essere poco allenante. E’ vero che anche un’uscita davvero molto lenta può servire. Non esistono secondo me km buttati, neanche se si sta facendo una semplice passeggiata. Però per determinati obiettivi di tempo è bene sapere quali siano i ritmi ideali con i quali allenarsi.
Ovviamente se avete un allenatore, seguite le sue indicazioni. Chi meglio di lui sa come consigliarvi.
Ma molti, come il sottoscritto, optano per il fai da te.
Allora vi racconto come faccio io.
Tre metodi, comunque simili tra loro. Sono partito da quello più “manuale” per arrivare ad uno più tecnologico.
Sapere il passo del vostro PB o del tempo obiettivo che vi siete posti e che volete raggiungere su una determinata distanza.
Obiettivo raggiungibile, mi raccomando.
Il nome tecnico di questo valore è VR. Velocità di riferimento.
Se non avete un obiettivo preciso in mente, potete calcolarlo facilmente: correte al massimo delle vostre possibilità una 10km pianeggiante. L’ideale sarebbe in pista. In alternativa, una 5km. Il passo medio che avete tenuto è il vostro VR.
Metodo 1: a mano Ripetute: è un dato molto soggettivo e dipende anche dalla lunghezza della ripetuta. 500metri: VR – 10 secondi 1km: VR – 5/7 secondi 2km: VR o VR – 3 secondi 3km: VR + 3 secondi Ritmo medio: VR + 10/15 secondi Lenti e lunghi: VR + 40/50 secondi Progressivi: inizio corsa lenta, aumentando gradualmente, finendo a ritmo medio, a volte anche qualche secondo più velocemente.
Secondo me sballa un po’ sul lungo lento, esagerando con la lentezza. Io dico di andare piano, ma qua forse si esagera. Però per il resto lo trovo molto attendibile.
Come sempre, usate il vostro cervello e la vostra esperienza per adattare questi dati su di voi. Un’app o una tabella non potrà mai essere precisa al 100%.
Sarete voi, anche in base alle sensazioni del momento, a decidere le varie velocità e i ritmi da tenere.
Cosa importante: quando correte pensate a godervela. Specialmente nelle uscite lente. E non impazzite dietro al cronometro per vedere se per sbaglio avete fatto una ripetuta 2 secondi più lenta, o più veloce, del previsto.
Anche perché nelle ripetute, come diceva saggiamente Alessandro, che citavo ad inizio puntata, “Quando faccio le ripetute vedo la Madonna, mica guardo l’orologio!”.
Perché tutti noi, una volta iniziato a correre con un minimo di costanza, non riusciamo a smettere? Perché durante il lockdown, nel periodo senza poter correre, smaniavamo dalla voglia di correre?
Ok, sicuramente “ci piace correre”. Ci dà soddisfazione. Ci fa stare bene. Ci sfoghiamo ed è un modo per ottenere il benessere psico-fisico. È per molti la sensazione non è semplicemente di benessere ma di vera e propria euforia. C’è una spiegazione scientifica. Che ci dice come probabilmente noi runner siamo drogati e dipendenti. Dipendenti dalla corsa stessa e dalle sostanze che il nostro corpo rilascia durante l’attività fisica, portandoci delle sensazioni particolari. Quando spesso parlo del mio momento zen, che raggiungo correndo, molto probabilmente arrivo in questo stato.
Tutto ciò ha un nome: si chiama in inglese “Runner’s high”, ovvero, “Lo sballo del corridore”.
Lo sballo del corridore è stato definito come un intenso impeto di euforia e, spesso, è stato paragonato al piacere che viene indotto da alcune droghe.
Per anni si è ritenuto fosse merito delle endorfine, un gruppo di sostanze prodotte dal cervello che sono classificabili come neurotrasmettitori. Alle endorfine sono attribuite proprietà analgesiche simili a quelle della morfina e dell’oppio: riducono il dolore e creano delle sensazioni di euforia. L’attività fisica, la corsa in particolare, provoca un grande rilascio di endorfine da parte del cervello.
All’inizio, ancor prima di diventare un runner costante, per quelle mie poche uscite, ancor prima di scoprire Strava, usavo Endomondo. Un’applicazione per monitorare i propri allenamenti, tipo Strava, appunto. Mi aveva colpito che, quando condividevi un allenamento, mettesse in automatico l’hashtag #endorphins (endorfine). Ora ho scoperto perché.
Però di recente, altri studi parrebbero dimostrare che questo fenomeno dello “sballo” sia in realtà dovuto agli endocannabinoidi. Anche queste sostanze vengono prodotte dal nostro corpo durante la corsa e sono simili alla cannabis.
Comunque, a prescindere da quale sia sostanza sballante, possiamo comprendere che siamo stati progettati da Madre Natura per provare questa sensazione inebriante naturale. Si tratta di una riserva di energia speciale che possiamo liberare durante la corsa. Infatti, queste sostanze di fatto servono per alleviare il dolore e a darci così la possibilità di correre più a lungo, sostenendo uno sforzo prolungato nel tempo.
Il bello è che è tutto assolutamente legale e gratuito!
Come ci si sballa? Ovviamente bisogna fare attività fisica. Non per forza la corsa (ad es. ciclismo e tutti gli sport di endurance in genere), ma qua si parla di running e dello sballo del corridore, stereotipo sportivo per eccellenza per questa particolare caratteristica.
Non esiste una regola fissa. Cambia da persona a persona. Sembra che il rilascio inizia dopo 20-30-40 minuti di attività consecutiva.
Maggiore sarà la distanza percorsa, tanto più aumenterà la possibilità che questo stato di euforia sopraggiunga. Una sensazione di inebriamento può nascere già su distanze brevi ma l’allenamento regolare aumenta le possibilità di sperimentarla ripetute volte.
Detto questo, ci sono alcuni semplici trucchi che possono aiutarti a raggiungere lo “sballo”.
Prendetevi più tempo
Correte in solitaria
Fate percorsi in natura
Correte più km
Insomma, lo sballo del corridore è anche il nostro premio che ci diamo per una bella corsa. L’importante è non far diventare la passione per il running una vera e propria ossessione.