Corsa e salute mentale

Da cultore di sport a tutto tondo, quello delle Olimpiadi per me è sempre un periodo di gioia. Cerco di guardare qualsiasi sport, pure quelli di cui non capisco una sega.
Quest’anno, complice il fatto che i giochi si tengano a Tokyo, sto seguendo meno tutti i vari eventi, ma tuttavia cerco di immergermi il più possibile, anche compatibilmente con i miei impegni, nello spirito olimpico.

Credo di non essere il solo: nelle due settimane delle Olimpiadi in Italia diventiamo tutti appassionati e coach di qualsiasi sport, così come fino a poco tempo fa eravamo tutti mister di calcio e da un po’ di tempo e tutt’ora siamo ahimé grandi esperti in quanto a virologia.

Ma cavolate qualunquiste a parte, oggi vorrei trattare un argomento serio.

Infatti, spesso in questo podcast si parla di cose allegre: si prova a prendersi non troppo sul serio, pur cercando di informare su argomenti tecnici e di allenamento, oppure di parlare di aspetti filosofici, di approccio mentale alla corsa.

Io di base sono un cazzone. Magari anche un po’ competente, ma cazzone. Ed è con questo spirito che cerco di affrontare la vita: scherzando su tutto, anche sugli argomenti più spinosi.

Però qua voglio parlare di un tema complesso e farlo in modo serio, almeno per una volta, proprio perché si tratta di un aspetto uscito fuori da tante persone in quest’ultimi anni: il problema della depressione e della pressione sugli atleti. Recentemente, gli ultimi due casi, venuti alla ribalta alle Olimpiadi, sono stati quelli di Naomi Ōsaka e, forse della ancor più famosa, almeno qua da noi, Simone Biles.
Per loro, ma anche per tanti altri sportivi famosi, si tratta di problemi di salute mentale di cui non so davvero niente e su cui credo sia decisamente sbagliato speculare. Penso però che per loro, ma anche per noi, non sia più accettabile sacrificare se stessi in nome della performance.

Del resto, noi uomini non siamo macchine e bisogna considerare la complessità delle nostre emozioni, che esulano dal mero risultato agonistico.

Questi super atleti vengono portati all’estremo. Eppure, non è di certo scolpito nella roccia che si debba continuare all’infinito con questo stile di vita, che spreme fisicamente e ancor più mentalmente.

Per dovere di cronaca, vi dico subito che ho preso spunto per questo episodio, oltre che dalla stretta attualità, anche da un bellissimo video dell’amico Stefano, del canale Youtube “Pietre”, che saluto caldamente.
Ve lo linko nelle note dell’episodio e ve ne stra-consiglio la visione.

Ma, già che ci siamo, se siete appassionati di ciclismo, come il sottoscritto, vi invito a seguire proprio tutto il canale e a guardare pure gli altri video.

Video “La Depressione nello Sport Contemporaneo”: https://youtu.be/G49-o3K1JI0
Canale “Pietre”: https://www.youtube.com/channel/UCO6Q4WydyXJMnRPWQr2cB2g

Tornando al tema del giorno, che so benissimo essere molto delicato, soprattutto se trattato da me, che non ho la minima competenza in psicologia e affini.

E’ un argomento tabù, che può fare paura, che a volte inconsciamente facciamo finta che non esista. Anche perché può succedere a tutti e che cercherò di trattare anche per questo con i guanti.

E poi voglio fare una precisazione: non so assolutamente se tra di voi ci siano persone che stanno vivendo e provando stati di depressione, di ansia, di panico. Non ne ho idea, ovviamente. Ma quello che è certo è che si tratta di una eventualità che va contemplata, anche per noi amatori.
Forse non per forza legata alla corsa, ma piuttosto alla vita quotidiana. Ma c’è.

Certo, non varrà per tutti. Molti di voi li conosco e so come si approcciano. Ma ci tengo a fare questa puntata. E vi chiedo già scusa ora per il pistolotto.

Ma perché questo episodio?
Come detto, pur non essendo io minimamente competente in questo settore, spesso parlo di approcci filosofici di corsa. E spesso mi sento responsabile io per primo per quel poco che posso comunque influenzarvi. Ok, non sono la Ferragni in quanto a influenza, ma so che alcuni di voi hanno iniziato a correre, a fare gare, a fare trail e così via anche per “colpa” mia. E mi sento responsabile. Pure quando vi dico di mangiare con cura. Penso che sia giusto iniziare a trattare questi temi, seppur io lo faccia a modo mio, senza essere un esperto. Ma da qualche parte bisogna iniziare.

Non lo faccio di certo per andare a fare la ramanzina a nessuno, ma per mettere in tavola il concetto.

In questo podcast cerco ovviamente di esprimere il mio pensiero e come vedo e vivo io il running. Ma mi sono reso conto, anche parlando con altre persone, che anche noi amatori spesso viviamo male lo sport. E la corsa, assieme al ciclismo, è uno sport molto legato anche all’alimentazione che si tiene. Dove ogni kg in più tende a rallentarci.

E anch’io in passato e pure in futuro vi ho invitato e vi inviterò a mangiare bene, perché è risaputo che ogni kg in più sono secondi al km persi. E’ anche per questo che oggi mi sento in dovere di affrontare questo tema così delicato.

Infatti, il rapporto tra il cibo e la corsa è davvero stretto, pure per noi tapascioni, perché spesso si pensa che bisogna essere tutti tirati al massimo per performare.
A parte che a volte anche i professionisti non sono così, però noi siamo amatori e prima di tutto, prima di qualsiasi altra cosa, la nostra priorità dovrebbe essere quella di vivere felici. Lo sport può aiutarci in questo, chiaramente. Quante volte siete usciti per correre mezzi scazzati e siete tornati a casa felici e soddisfatti?
Ma a volte, quando ci si fissa solo su un obiettivo cronometrico, la gioia passa in secondo piano. E si fanno sacrifici. Tanti. Pure troppi. Al punto che si diventa pazzi al star dietro al chiletto in più preso o perso.

Invece, correre, e anche mangiare, dovrebbero essere per noi fonte di piacere.
Per cui, secondo me, è meglio avere un chilo in più ed essere contenti, e allenarci contenti, e correre contenti, rispetto all’arrivare alla gara stressati, perché abbiamo affrontato dei mesi di enormi sforzi, dove si è tirato la cinghia ben oltre il lecito, solo per essere esattamente di quel determinato peso deciso a monte.

Soprattutto quando ci si avvicina ad una gara importante, molti di noi tendono a sacrificare alcune gioie della vita in nome di qualche secondo sul cronometro recuperato.

Parliamoci chiaro: lo faccio anch’io in parte. Da quando corro sto più attento a cosa mangio, soprattutto alla qualità degli alimenti. Ma a volte si tende a esagerare.

Ad auto infliggersi delle pene inutili. Ad auto caricarsi di pressioni. Ad auto sabotarsi a livello mentale. Come se la nostra maratona corsa sotto le 3 ore e mezza possa cambiarci la vita, possa valere un oro olimpico. E anche se lo valesse, il discorso sarebbe uguale lo stesso. Niente vale la vostra salute. Neanche l’oro alle Olimpiadi, neanche la maratona di New York.

E ripeto: gli aspetti di depressione e stress collegati allo sport sono più accentuati nei professionisti.
Ma questo è logico, perché è il loro mestiere. Perché ci sono i media, i tifosi, gli sponsor e tutto il resto del mondo che hanno aspettative di risultato, che fanno domande pesanti, che non si fanno i fatti loro, pur di cercare la notizia.

Lo stato mentale per loro è quasi tutto e da fuori non ci rendiamo nemmeno conto di quali tensioni e aspettative ci siano dietro.

Ma anche noi amatori non siamo esenti da pressioni. Perché la vita di tutti i giorni ce le impone. Lavoro, famiglia, soldi, ecc… Qua sto scoprendo l’acqua calda.

Facciamo almeno in modo che la corsa sia per noi fonte di piacere e non sia un ennesimo problema da affrontare.

Perché la corsa ci piace, è evidente, altrimenti non saremmo tutti quanti qui, ma non dobbiamo farne la nostra unica ragione di vita.

Ci sta limitarsi nel consumo di cibo e di alcool a pochi giorni da una gara. E’ consigliato e per questo ve lo dico ogni tanto negli episodi di questo podcast. Ma non facciamone una malattia. Se ci va di berci una birretta e beviamola!
Se ci vogliamo fare una pizza, un sushi, qualsiasi altra cosa… E mangiamoceli!

Anche perché avere uno status mentale libero, felice e spensierato è un prerequisito indispensabile per ottenere anche delle buone performance.

Le gambe contano, ci mancherebbe. Ma è la testa quella che guida. E personalmente sono dell’idea che sia meglio pesare 2 kg in più del previsto, ma arrivare alla gara rilassati, felici del percorso fatto per arrivarci. La si vivrà meglio. E anche i risultati probabilmente saranno migliori, oltretutto.

Non dobbiamo sentirci obbligati a fare nulla. Se un giorno o due non ci va di allenarci, non alleniamoci.

Se un giorno vogliamo andare all’all you can eat e cappottarci di cibo, facciamolo. Certo, dopo ci sentiremo strapieni e rotoleremo per terra. E’ la conseguenza di uno stravizio. Ma se ci fa stare bene, concediamocelo!

Non voglio fare discorsi ipocriti. Sono il primo a curare in parte la mia alimentazione. Ma onestamente non mi nego mai una cena al ristorante o una birretta con gli amici.

Ovviamente, ognuno è libero di fare quello che vuole. Ci mancherebbe altro. Se volete fare una dieta ferrea e ve la sentite, non c’è nulla di male. E, di contro, non vi sto certo invitando all’ubriacarvi la sera prima di una gara, come insegna Joe Strummer.

L’equilibrio per ognuno di noi è diverso. Così come è diverso l’approccio che si ha verso lo sport, a prescindere dal livello al quale viene praticato.

Me ne ero reso conto già anni fa, quando giocavo, sempre a livello amatoriale, a basket. E penso che la cosa ci sia diffusamente in tutti gli sport e gli ambienti.

Si tratta per l’appunto di saper trovare il proprio equilibrio mentale. In un connubio che faccia star bene. Dove lo sport è un’aggiunta, un tassello ulteriore, in grado di regalare belle sensazioni, gioie, felicità.

E’ una questione di scelta

Possiamo e dobbiamo scegliere. Scelte coraggiose. Perché ci vuole coraggio anche per prendere queste decisioni e nel caso anche per iniziare un periodo di terapia. Perché la depressione e tutte le altre sue sorelle sono delle malattie e come tali vanno trattate.


Lo fanno i professionisti, a volte rinunciando a gare importantissime, ce lo possiamo anche permettere pure noi.

Possiamo scegliere come mangiare. Possiamo scegliere come allenarci. Possiamo scegliere a quali gare partecipare. Possiamo scegliere come affrontarle, con che spirito. Possiamo scegliere. Scegliamo. E scegliamo ciò che è giusto per noi, per il nostro benessere e non per quello degli altri. Chissenefrega della pressione sociale. Pensiamo alla nostra salute.

La questione è ovviamente complicata, anche perché non sempre di riesce ad essere lucidi in questi momenti. Ed il confine tra il fare una cosa di propria volontà e il sentire di farlo per qualcun altro, il confine tra il «puoi farcela» e il «devi farcela», è sottile e scivoloso come uno strato di ghiaccio sul lago.
Lo è ancor di più per gli atleti professionisti, probabilmente. Ma almeno noi amatori evitiamo di distruggerci la vita per quella che è prima di tutto una sana passione. Passione che ci deve aiutare a stare meglio e non il contrario.

La vita è bella, ma può essere anche bastarda. A volte ci può travolgere, senza che nemmeno ce ne si renda conto. Ma almeno proviamo a darci una mano con scelte intelligenti.

Lo sport, e la corsa nel nostro caso, possono e devono aiutarci a reagire. Ma va vissuta nel modo giusto.

Qua siamo tutti sportivi. Certo, qualcuno correrà di più, qualcuno di meno. Qualcuno ascolterà le mie divagazioni e basta. Ma penso che tutti sappiate quanto correre vi faccia star bene. Per questo credo che abbiate capito cosa voglio trasmettervi.

E allora, ringraziamo Simone Biles, Naomi Osaka e tutti gli altri. Atleti che spesso vediamo come irraggiungibili. Degli dei, apparentemente perfetti, inattaccabili, invidiabili, di successo. Però, persone che in questo caso non si sono nascoste e che hanno scelto. Che avuto il coraggio di dire “stop”.

Scelte che si potrebbero definire coraggiose, ma che io più che altro vedo come sane. E’ questa la priorità di ognuno di noi. Dal più forte del mondo, con svariati ori olimpici, fino all’ultimo degli amatori, che ha iniziato ad allenarsi da due giorni.

Scelte giuste, sagge, doverose, necessarie, significative. Che ci fanno tornare a tutti quanti con i piedi per terra. Piedi magari meno volteggianti di un memorabile esercizio della Biles, ma forse più importanti per riportarci a contatto con la realtà dei fatti e della vita.

Ringraziamoli tutti quanti, anche perché fanno venire a galla questo problema e ce lo fanno vedere sotto una prospettiva diversa. Spero anch’io, nel mio piccolo con questo episodio, di avervi aiutato a farlo.

Impariamo la loro lezione e facciamola nostra. Rendiamo lo sport, la corsa nel nostro caso, una bella passione, il nostro momento, quell’oretta di aria fresca, di libertà, di divertimento. Dev’essere quello. Il nostro piacere, la nostra fonte di gioia e di benessere. E nient’altro.

Ascolta la puntata!

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