Libri sul running: Oltre il confine, di Stefano Pampuro

Ho da pochi giorni finito di leggere “Oltre il confine. Viaggio nel cuore della corsa” di Stefano Pampuro.
Stefano è un amico di questo podcast. Infatti, è già stato ospite qua in una splendida chiacchierata, dove abbiamo proprio parlato principalmente della sua esperienza in Africa, dove è nato questo libro.

Lo stesso Stefano gentilmente mi ha poi mandato la versione digitale del libro che così ho avuto modo di leggere con calma. Ed eccoci qui, a farne la recensione al termine della lettura.

Link Amazon al libro “Oltre il confine, viaggio nel cuore della corsa”: https://amzn.to/2Q8Ft0r

L’altro libro di Stefano è “Ogni corsa è un viaggio: Storia di una generazione che ha dominato la maratona”: https://amzn.to/3o4yO3I

Account Instagram di Stefano: https://www.instagram.com/run.kenya/

Episodio “Oltre il confine con Stefano Pampuro”: https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/oltre-il-confine-con-stefano-pampuro

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Extra Running – Condividere le esperienze fa bene – Diego Regina e Lorenzo Maggiani

Un episodio specialissimo, realizzato in co-conduzione con l’amico Diego Regina.
Non parleremo di corsa, o perlomeno, non sarà decisamente l’argomento principale di questa chiacchierata. Tuttavia, è stato un esperimento, dove abbiamo divagato su tanti argomenti: podcast, musica, lavoro, ecc…

So benissimo che qualcuno storcerà il naso, sapendo che questo dovrebbe essere un podcast sul running. Ma per questa volta mi sono divertito a fare uno strappo alla regola.
Credo che comunque per i fan più accaniti ci potranno essere lo stesso delle gustose e simpatiche chicche, sempre ammesso che abbiate il coraggio di arrivare al termine di questa quasi ora e mezza di puntata!

Questi tutti i riferimenti di Diego.
Diego Regina il podcast: https://www.spreaker.com/show/diego-regina-il-podcast
Telegram: https://telegram.me/diegoregina
Newsletter: https://diegoregina.substack.com/

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Il pensiero giapponese nella corsa – Seconda parte

Link Amazon al libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”: https://amzn.to/2RtclBo

Seconda parte di questo viaggio nella mia libera interpretazione del libro “Il pensiero giapponese: viaggio nello stile di vita del Sol Levante”, di Le Yen Mai, rivisitato in chiave running.

In ogni caso, sintetizzo dicendovi che ho letto questo libro di cui sopra, ricco di spunti interessanti circa il modo di vivere giapponese. Ci sono al suo interno molti approcci filosofici che possiamo fare nostri. Alcuni di questi li ho selezionati e declinati per chi, come noi, ama correre.

Itadakimasu: l’inno alla gratitudine

In Giappone c’è un detto che suggerisce di avere la pancia piena all’80%. Cioè, di non mangiare fino a piena sazietà, ma di mantenere il corpo non appesantito da un eccessivo consumo di cibo. È uno dei loro pilastri per vivere in salute.

Un po’ come accade in casa. È importante che nello spazio in cui viviamo non si accumulino troppi oggetti. Ed il segreto per riuscirci è imparare ad apprezzare le cose che abbiamo

Infatti “itadakimasu” viene spesso detto dai giapponesi quando ricevono del cibo.

Per certi versi, è paragonabile al nostro “buon appetito”, ma in verità ci sono delle sfumature ben diverse.

È di fatto un annuncio di gratitudine nei confronti di ciò che si riceve da mangiare.

Non indica un ringraziamento o un buon augurio verso gli altri commensali, ma è un gesto di devozione e rispetto nei confronti della pietanza stessa e di chi l’ha preparata.

È anche gratitudine nei confronti della natura, consapevoli che a volte per la realizzazione di un piatto è stata sacrificata una vita.

Ma non solo: anche per chi ha lavorato prima. Chi ha coltivato il terreno, allevato gli animali, preparato il piatto, ecc

Nella cultura giapponese, filosofica e spirituale, c’è il riconoscimento della forza vitale e dell’energia racchiuse nella natura.

Shinrin-yoku: l’antica pratica del bagno nella foresta

In verità non è solo il semplice fatto di fare un bagno in un bosco. Significa immergersi totalmente nell’atmosfera della natura e godere dell’esperienza attraverso tutti e 5 i sensi. Nel connettersi al verde e alla natura con sensazioni fisiche ed emotive.

Acquisire coscienza della realtà che ci circonda e stabilire una connessione con quei luoghi della natura che sanno rigenerarci e che sono parte del nostro patrimonio genetico.

Il contatto con la natura per l’uomo è un bisogno fisiologico.

Come una sorta di richiamo ancestrale, atavico verso il luogo che ci ospita.

Perché siamo geneticamente programmati per amare la natura: è scritto nel nostro DNA.

Praticando lo shinrin-yoku ci si accorge di come il contatto con la natura sia indispensabile per il nostro benessere psicofisico.

Stando in ambienti chiusi le nostre percezioni tendono ad assopirsi. Invece, quando siamo fuori di casa e dalla zona di comfort siamo più attenti e ricettivi. Le sensazioni si amplificano

Si esorteranno i sensi a vivere nuove esperienze.

Quando siamo in armonia con la natura, corpo e mente tornano a trovarsi in equilibrio. E a loro volta sono perfettamente sintonizzati con il mondo circostante.

Quella dello shinrin-yoku è un’arte antica: un modo efficace per curare stanchezza, stress, depressione, apatia e tutti i disturbi causati dai ritmi sostenuti dalle nostre vite sempre più frenetiche.

Serve per migliorare l’umore, rinfrancare lo spirito, rinforzare il sistema immunitario. Dà benefici psicologici e fisici.

Ovviamente, per viverlo al meglio occorre andare offline. Staccandosi dallo smartphone, dalle mail, dai social, ecc.

Ad ogni modo, per praticare lo shinrin-yoku non è necessario andare in Giappone. Si può metaforicamente fare anche qui da noi. È sufficiente un bosco, un parco. Un luogo verde, dove godere di pace. Da usare come rifugio, quando la frenesia della quotidianità ci schiaccia. Un posto dove i suoni assordanti della città non possono arrivare, restando lontani, in un’altra dimensione. Quello dev’essere un ambiente dove creare una connessione con la madre Terra.

Hanasaki: come vivere più a lungo

Il tempo non si può fermare. E occorre prendere coscienza di questo aspetto. Anche quando ci rendiamo conto di essere diventati adulti o quando ci rendiamo conto che i nostri genitori stanno invecchiando.

L’hanasaki ci insegna ad affrontare lo scorrere del tempo con consapevolezza. Non siamo immortali, ma possiamo seguire delle buone abitudini per migliorare il nostro stile di vita.

Alimentazione. Mangiando con moderazione, come già accennato anche precedentemente. Ma questo vale anche per qualche vizio, il vino o il cioccolato. Ci sta, ma in quantità moderate, solo quando se ne sente il desiderio. Così da gustarli di più, perché non sono cose da tutti i giorni.

Inoltre, avere orari precisi in cui consumare cibo aiuta ad avere una vita più ordinata sotto molti aspetti.

Poi, occorre mantenere la mente lucida, allenata. Evitando l’attaccamento agli oggetti

È necessario del tempo per ragionare e anche meditare. Cercando, quando necessario, il silenzio.

Occorre essere curiosi. Cercando di imparare sempre, a qualsiasi età, cose e gesti nuovi

Sprecare il tempo in attività futili potrebbe intorpidire il nostro cervello.

Ma non c’è mente senza corpo.

Pensate che dal 1928, tutti i giorni ininterrottamente, viene trasmesso in radio un programma chiamato “Radio Taiso”. Tradotto letteralmente “Ginnastica alla radio”.

Progettato affinché tutti, giovani ed anziani, possano partecipare e seguire gli esercizi proposti. Senza necessità di attrezzatura, tutto a corpo libero.

Viene usato anche nelle scuole come riscaldamento pre educazione fisica o in aziende per alzare il morale e costruire il senso di unità del gruppo.

Lo sport per loro è essenziale. E l’attività fisica stessa la è. Come modo per restare in salute, ma anche per costruire relazioni con colori che, come noi, hanno deciso di mantenere sano il proprio corpo.

Non devono per forza essere sport di squadra. Anche correndo o praticando yoga verrete a contatto con moltissime splendide persone.

Infine, l’hanasaki ricorda che l’importante non è vivere cent’anni, ma essere felici durante il periodo che ci è concesso vivere sul nostro pianeta.

Ikigai: la ragione per cui alzarsi al mattino

Europeizzando il concetto, potremmo definirlo come la “reason why”. Ma sarebbe un po’ riduttivo.

Ikigai significa riconoscere il proprio ruolo nel mondo ed imparare a vivere con un costante senso di soddisfazione e appagamento.

A ciò si accompagna una forte autorealizzazione, la sensazione di sentirsi vivi, l’avere dei progetti e il trovare una ragione che ci spinga ad alzarci dal letto la mattina con entusiasmo.

Trovare il proprio ikigai vuol dire liberare lo spazio, o meglio la mente, e concentrarci su cosa ci rende vivi e soddisfatti. Pertanto merita di trovare un posto di primo piano nella nostra esistenza.

Per farlo con successo, occorre anche guardare dentro sé stessi ed imparare a conoscersi.

Può sembrare difficile, ma a volte può bastare una semplice scintilla. E pensare ad un sogno che non abbiamo avuto mai il coraggio di realizzare.

È importante riflettere su cosa ci rende felici ogni giorno, sulle cose che ci fanno saltare fuori dal letto in anticipo anche nei confronti della sveglia, trepidanti.

Non è la prima volta che parlo dei propri perché in questo podcast. Ricorrono spesso nei miei pensieri, proprio perché li ritengo fondamentali.

L’ikigai può essere “contagioso” e condiviso per certi versi. Perché lo spirito di appartenenza ad una comunità è una componente fondamentale di questa filosofia, che prevede non solo la ricerca di qualcosa che amiamo, ma anche in cui ci riconosciamo.

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Tutti i modi per portare i liquidi mentre si corre

Dopo parecchi mesi di tentennamenti è arrivato il caldo.

E quale periodo dell’anno più scontato di questo per parlare di idratazione.

Del resto, non può esistere un’estate in “Da 0 a 42” dove almeno in un’occasione si parli di questo argomento. Infatti, sarà davvero banale sì, ma tanto viene sempre fuori qualcosa di nuovo su cui chiacchierare.

Ed allora stavolta faccio una bella carrellata di tutte varie modalità con le quali è possibile (ed oserei dire consigliato) portare acqua ed in generale i liquidi durante le vostre uscite.

Piccola e veloce premessa: questi elementi sono principalmente pensati per il trail, dato che chi corre su strada ha accesso a fontane, bar o comunque luoghi di ristoro più facilmente.
Tuttavia, mi sento lo stesso di consigliarne l’utilizzo anche per correre in città, perché ad esempio un mezzo litro d’acqua fa sempre comodo ed io appunto me lo portavo dietro ben prima di passare alla corsa su sentiero, anche in inverno.

Partiamo allora dalla cosa più piccolina, arrivando a quella più capiente, cercando di fare una bella panoramica su tutto quello che si può fare sul tema, con pro e contro di ogni oggetto, con anche alcuni ulteriori consigli e strumenti utilizzabili.

Bicchiere soft flask

Questo in verità non serve per trasportare i liquidi in quanto bicchiere. E con questa affermazione potrete chiamarmi Capitan Ovvio.

Ci stanno all’incirca 200/250 millilitri, ma dipende un po’ da quale modello comprate.
Però, specie in periodo di Covid e pandemie mondiali, è un buon metodo per bere in modo più sicuro dalle fontane pubbliche.

Inoltre, essendo riutilizzabile, è anche un piccolo gesto green nei confronti della natura, consentendoci così di non sprecare bicchieri di plastica usa e getta, questo in special modo durante le gare, casomai fosse permesso rifornirsi autonomamente da una fontana o un punto acqua.

In più, essendo “soft flask” è fatto di un materiale morbido e resistente, che consente di accartocciarlo in una qualsiasi tasca per portarlo comodamente ovunque. Al momento del bisogno basta srotolarlo ed il gioco è fatto.

Pro: Comodo e multiuso. Non pesa praticamente nulla.
Contro: Non consente di portare con sé l’acqua.

Borraccia nascosta

Tecnica non esattamente professionale, ma comunque efficace per determinate situazioni.
Tra l’altro di questa mossa ninja ne aveva parlato anche Simone Luciani di Esco a Correre in un video di poche settimane fa.
Ma in cosa consiste esattamente?

Se fate percorsi su strada ad anello, potete piazzare una bottiglietta di plastica in un luogo tattico un po’ nascosto, da recuperare ad ogni passaggio. Così potrete correre senza niente in mano. Una volta arrivati al punto segreto vi fermate, recuperate la bottiglia, bevete, la rinascondete e ripartite. Mi raccomando, recuperatela all’ultimo giro o a fine allenamento.
Anche se siamo tutti quanti fan delle bottiglie di vetro o alluminio, in questo caso forse potrebbe essere meglio una bottiglia di plastica, che dà meno nell’occhio, rispetto ad una borraccia termica seria.

In aggiunta o anche in alternativa a questa soluzione c’è la fontana. Se il vostro luogo dove avete riposto la bottiglia è vicino ad una fontana, potrete anche ricaricarla.

Ovviamente, potete anche invece optare per la soluzione della fontana sul percorso, senza l’ausilio della bottiglia.

Pro: non vi dovete portare niente dietro. Simulate per certi versi la situazione che vivrete in una gara su strada, dove i ristori sono piazzati ogni tot km, solitamente 5.

Contro: non è una soluzione molto professionale. Siete costretti a seguire dei tracciati circolari. Dovete per forza fermarvi per bere. Dovete recuperare la bottiglia al termine dell’uscita.

Borraccia soft flask

Dello stesso materiale del bicchiere nominato poco fa.

Ne esistono vari marchi e dimensioni. Si va da quelle più piccole, da 150/200 ml fino al mezzo litro, in rari casi anche da 600 ml.

Il vantaggio di queste borracce è che quando si svuotano fanno una sorta di effetto compressione, occupando sempre meno spazio man mano che si beve. Così, non solo non occupano spazio, ma limitano anche l’effetto sciabordio delle onde: quel rumore d’acqua che sbatte ad ogni passo, che non sta simpatico proprio a tutti.

In più non è necessario inclinare la testa per bere, specialmente quando è bella piena, perché il sistema è pensato per far salire il liquido solo aspirando dalla cannuccia.

Se fate delle gare di ultra running probabilmente non ascolterete questo podcast. Ma a parte questo, il mio consiglio è di prenderle con il collo largo, perché se ve le riempiono al ristoro con le caraffe e avete quelle con l’apertura stretta, di acqua ce ne finirà davvero poca. Sarà più quella che finirà fuori che altro. In più avere l’imboccatura larga aiuta anche voi se volete inserire più agilmente i vari integratori da sciogliere nell’acqua.
E’ giusto prestare attenzione anche alla marca e a quanto spendete quando le comprate, perché quelle create da Amazon, tanto per fare un esempio, sono costruite con materiali abbastanza scadenti. E come ci inserite l’acqua dentro assume subito un cattivo sapore.
Dipende però da quanto siete schizzinosi sotto questo aspetto. Ciò non vuol dire che con quelle più care ciò non accada (tipo quelle della Salomon, che sono le mie preferite), ma ci vuole di più affinché questo accada. Idem per la durabilità del prodotto.
Io ad esempio, in questo momento ne ho 3 di Salomon e una di Decathlon e la differenza si nota.

Come si portano in giro?
Fascia elastica. Già nominata millemila volte in questo podcast. Io l’ho comprata dopo pochi mesi da quando ho iniziato a correre con costanza e la uso ancora. Permette di portare non solo la borraccia, ma anche altri oggetti, come lo smartphone, le chiavi e così via.
Zaino da trail. Per chi vuole fare distanze superiori, lo zaino/vest da trail è la scelta giusta.
Ci sono tantissimi modelli tra i quali scegliere. A me piacciono quelli che danno l’opportunità di mettere due borracce negli spallacci, in modo che si possa bere attingendo direttamente da lì. In questo modo, si possono portare fino a due soft flask da mezzo litro, con eventuale aggiunta di una sacca idrica, ma che vedremo meglio tra poco.
Magari un giorno faremo un focus solo sugli zaini. Fatemi sapere se è un argomento che potrebbe interessarvi!
Esistono anche degli anelli/guanti da indossare per poter portare in modo più comodo con voi la borraccia, anche solo semplicemente tenendola in mano con questi attrezzi.

Pro: molte dimensioni e capienze. Si riduce di volume una volta che si beve il contenuto. Costi non eccessivi.
Contro: a volte, specie all’inizio, c’è un po’ un sapore di plastica. A qualcuno la fascia/marsupio dà fastidio. Dopo qualche tempo potrebbero rompersi e diventare meno stagne.

Borraccia rigida (“classica”)
Anche lei fa benissimo il suo dovere. Se ne trovano di varie dimensioni. Le più comuni sono da mezzo litro.

Però a qualcuno alla lunga, quando inizia a svuotarsi, dà fastidio il rumore dell’acqua che vaga al suo interno.

Essendo fatta di materiali più duri rispetto alla soft flask e di conseguenza non rimpicciolendosi con il diminuire del contenuto, resta un elemento voluminoso.
Non è comodissima da trasportare, perché spesso è necessario proprio tenerla in mano.

Però, in modo analogo a quanto detto per la borraccia morbida, esistono pure qua degli anelli/guanti da indossare per portarla a spasso senza farsi venire i crampi alle mani.

Comunque se ci si fa caso, non è poi così raro vedere persone con la borraccia dura in mano, specialmente direi nelle gare americane e a volte pure nelle ultra, che fa pure un po’ figo della vecchia scuola. Sta molto all’individualità delle persone.
Personalmente non mi ci trovo bene e non le uso, ma se siete di questa parrocchia non vedo perché non proseguire su questa strada.

Pro: pressoché indistruttibile. Costi davvero bassi.
Contro: non sempre comodissima da portare in giro.

Camelbak o, più correttamente, sacca idrica

Decisamente l’oggetto dalla maggior capienza di quest’oggi. Ci sono sacche idriche di varie dimensioni: all’incirca si va dal litro e mezzo ai 3 litri.

Personalmente non ho alcuna esperienza con la sacca idrica. E onestamente preferisco portarmi piuttosto delle borracce piene di riserva dentro lo zaino, da sostituire poi al momento del bisogno. E’ vero che questa operazione richiede di fermarsi, togliersi lo zaino e sostituire le borracce. Ma se sto facendo una cosa del genere significa che sto correndo da parecchie ore e quindi anche una pausa di un minuto è sicuramente ben voluta.

Tuttavia, è giusto dire che ci sono persone che le preferiscono alla borraccia.

Anche perché consente di portare molti più litri rispetto a tutte le opzioni presentate fin’ora.
Poi, come dicevo, non è necessario fermarsi per ricaricare o cambiare le borracce, a meno che non si finisca tutta la scorta d’acqua.
Inoltre, un camelbak consente di avere spazio libero nella parte anteriore dello zaino. Da lasciare così, oppure da usare per altre soft flask magari da riempire non solo con acqua, ma con sali minerali o altri integratori.

Attenzione anche a lavarle bene, perché il rischio puzza è presente.

Pro: grande capacità di contenuto. Non occupa spazio davanti nel vest.
Contro: non facile da riempire.

Altri oggettini potenzialmente utili correlati a questi

Filtro depuratore
Questo oggettino, che si può comprare assolutamente a parte rispetto alla soft flask, è un pezzo che si mette in sostituzione del beccuccio originale della borraccia. Come dice il nome stesso, serve per depurare l’acqua presente nella borraccia. Questo potrebbe servire in casi di emergenza, direi solo se correte su sentiero, qualora riempiate la vostra da una fonte non sicura e pulitissima.
Onestamente non ce l’ho e non ho idea di quanto esso possa funzionare davvero, ma sicuramente per chi si avventura per tante ore fuori di casa potrebbe essere un upgrade dall’ottimo rapporto utilità/prezzo.
Si compra, si mette nello zaino e non ci si pensa più finché non c’è la reale necessità.

Cannucce
Sia per la borraccia soft flask, ma anche per quelle rigide esistono delle prolunghe, casomai nel vostro zaino da trail non arriviate bene a bere direttamente senza dovervi piegare o alzare il gomito. Il gomito è bene alzarlo solo quando si festeggia con le birrette nel post gara.
Per quanto riguarda le borracce rigide, è giusto dire che esistono proprio dei modelli specifici di questo tipo che danno l’opportunità di aggiungere questa cannuccia con beccuccio, che va a creare una funzionalità paragonabile a quella delle soft flask a livello di suzione.
In questo modo si potrà inserire nel vostro zaino da trail anche una borraccia rigida, esattamente così come si fa per quelle morbide.

In generale questa è una soluzione che a me non piace molto, perché queste cannucce vanno un po’ a sballonzolare qua e là quando si corre, ma c’è chi le utilizza senza alcun problema. Dipende molto anche dal vest che avete e a che altezza colloca gli spazi per i liquidi.

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Ho corso l’FKT dell’Alta Via delle Cinque Terre

Lo scorso 19 giugno ho corso il tracciato dell’FKT sull’Alta via delle Cinque Terre.

Tuttavia, giusto dirlo subito, non ho realizzato neanche lontanamente il record del percorso e di conseguenza non sono entrato nell’albo d’oro del sito.

Ma adesso vi racconto tutto, fin dal principio.

In pieno lockdown invernale, quando ancora le gare erano un miraggio, mi ero dato alcuni obiettivi per l’anno nuovo. In particolare, fare una gara di trail running e, in aggiunta o in alternativa, qualora di gare non se ne fossero potute correre, un bell’FKT delle mie zone. Di questi ce n’erano due papabili: l’Alta via del Golfo e l’Alta via delle Cinque Terre. Quest’ultimo difficile, ma certamente più abbordabile del primo per me, che comunque resto un principiante per quanto riguarda il trail running.

Se non sapete cosa sia un FKT, ne ho spiegato il significato in un episodio qualche mese fa (https://gopod.me/da0a42-077). Qualche regola sugli FKT da quell’episodio a oggi è cambiata leggermente, ma più o meno le spiegazioni restano valide anche ora.

Ma torniamo a noi. A metà maggio ho fatto la mia gara: il Chianti Ultra Trail da 20km con 800 metri di dislivello (https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/le-mie-gare-chianti-ultra-trail-20km-800m). Andata benissimo, per i miei standard. E così il primo obiettivo lo avevo smarcato.

Ne restava un altro, che volevo fare prima dell’avvento dell’estate.

In verità, già qualche mese fa mi stavo allenando per questo FKT, ma poi era saltata fuori l’opportunità di fare la gara e ho colto l’occasione al volo. Del resto, questo FKT, essendo un progetto autogestito, me lo potevo spostare a piacimento.

In origine lo avrei dovuto correre circa a fine maggio, ma dopo il Chianti Ultra Trail ho avuto bisogno di scaricare un paio di settimane e la cosa è slittata di un po’, costringendomi a farlo con il caldo.

L’idea si è concretizzata poche settimane fa, quando mi sono reso conto, guardando il calendario e i relativi impegni, di poter fare una bella settimana di carico fatta bene per poi scaricare di brutto nelle due settimane a seguire.

Infatti, già che siamo in argomento, parliamo della preparazione per questa mia personale impresa.

2 settimane di carico, con il picco nella seconda, che come dicevo cadeva bene a livello di impegni. Infatti, in questa settimana il lunedì ho corso con Gaetano sulla Via Francigena (ne ho parlato in un episodio recente, dove abbiamo corso per 18km facendo 650m di dislivello: https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/la-mia-francigena-con-gaetano), mercoledì era il 2 giugno, dove ho fatto altri 14km e mezzo su trail, il giorno dopo mi sono fatto 7km lenti e poi alla domenica ho fatto un lunghissimo da 26km con 1000m di dislivello proprio sulle strade dell’Alta via delle Cinque Terre. Il tutto con le gambe stanche anche dal giorno precedente, dove avevo fatto una lunga camminata di circa 23km totali, rimanendo sulle gambe già lì per parecchie ore. Escludendo la camminata del sabato, ho fatto un totale di running di 66km con 2300m di dislivello settimanali.

2 settimane di scarico. Ultima con pochissimi km: 7km, 7km e 5km con ultima uscita il giovedì.

In questo 2021, quando possibile, ho fatto delle uscite su trail proprio sull’Alta Via delle Cinque Terre per conoscere quanti più km possibili in vista del fatidico giorno.

Conoscevo abbastanza la parte iniziale, consapevole che sarebbe stato il tratto più duro in assoluto, anche se non ricordavo che fosse così tecnica (ve ne parlerò meglio dopo).

Dal quinto km a circa il 23° km l’avevo già fatta più volte. Invece, gli ultimi 10 per me erano completamente ignoti. Ho cercato di studiare comunque il tracciato, non solo guardando il terreno e la pendenza, ma anche cercando di memorizzare gli incroci da prendere e osservando i punti più critici su Google Street View dove possibile. Ovviamente, essendo sentieri non c’erano proprio tutti, ma questa mossa è stata utilissima per limitare gli errori.

Prima di raccontarvi della mia giornata devo fare un enorme ringraziamento a Maddalena, la mia ragazza, che ha reso possibile questa impresa, che con il suo contributo è diventata ufficialmente “supported” per il sito FKT. Si è alzata prima delle 6 del mattino, mi ha portato a Portovenere per farmi partire, poi è andata a Levanto, luogo di arrivo, per aspettarmi e nel mentre mi sosteneva con i messaggi su WhatsApp. Per fortuna Levanto è un bel posticino ed aver fatto questa cosa il 19 giugno l’ha aiutata, perché almeno ha potuto aspettarmi in spiaggia, sotto l’ombrellone.

Come detto a inizio puntata, nonostante che la mia corsa venisse categorizzata sul sito di FTK come supportata, non ho potuto far parte dell’albo d’oro ufficiale. Infatti, come accennavo prima, i percorsi si possono dividere in varie categorie. E la cosa buffa e che decisamente mi ridimensiona, è che nella categoria “unsopported”, quindi quelli che hanno fatto tutto da soli, il record dell’Alta via delle Cinque Terre è un irreale 3 ore e 59 minuti segnato dal mio concittadino Matteo Locori.

Quindi, anche se io l’ho fatto in un’altra categoria, che per giunta doveva essere facilitata, non ho battuto il miglior tempo del percorso e di conseguenza non hanno potuto inserire la mia performance nel sito. Ho provato a far richiesta, ma per questo motivo mi è stata rifiutata.

Poco male, comunque. Il mio obiettivo era esclusivamente portare a casa la giornata e godermela. Entrare nell’elenco degli FKT sarebbe stata giusto una cosa aggiuntiva.

Per completezza, vi linko la pagina del tracciato del sito FKT nelle note dell’episodio, assieme all’altimetria. Così se volete battere Matteo, avete tutte le info del caso.

FKT Alta Via delle Cinque Terre: https://fastestknowntime.com/route/alta-delle-cinque-terre-italy

Allora, veniamo alla ciccia. Com’è andata questo super lunghissimo su trail?

Sveglia alle 5 e 45, colazione e poi direzione Portovenere. Tra una cosa e l’altra sono partito alle 7 precise.

Clima caldo, ma fortunatamente coperto. E’ rimasto nuvoloso fino alle 10 e mezza. Dopo si è un po’ aperto, ma non c’è mai stato il sole pieno. Cosa che un po’ temevo.

Il primo pezzo con grande pendenza.

I primi km sono in comune con quelli finali dell’Alta Via del Golfo, che però nell’FKT di quest’ultima si fanno in discesa. Poi i due sentieri, che si ricongiungeranno più avanti a Campiglia, si diramano. La parte dell’AVG affronta il monte dal versante interno: è più lunga a livello di km, ma più facile. Purtroppo io dovevo fare l’Alta via delle Cinque Terre, che diventava molto tecnica verso Sella Derbi. Un luogo spettacolare a livello paesaggistico, con un single track a strapiombo sul mare, ma molto difficile. Infatti, per salire sono stato anche costretto qualche volta ad usare le mani, proprio per scalare letteralmente la montagna.
In questa parte c’erano punte anche quasi al 40% di pendenza, giusto per rendere l’idea.

Per fortuna questo tratto era proprio all’inizio e le gambe erano ancora fresche e soprattutto il cervello ancora non annebbiato.

Per fare i primi 5 km ci ho messo praticamente un’ora, ma era una cosa che avevo messo ampiamente in conto. Avevo studiato il percorso e coscientemente ho voluto affrontare questo pezzo con relativa calma, anche perché in questa preparazione io al massimo avevo corso per 3 ore e mezza e invece stavolta sapevo che sarei dovuto restare sulle gambe in un range tra le 5 e le 6 ore, se tutto fosse andato come previsto.

Campiglia, che spesso uso come punto di partenza tattico per i miei allenamenti su trail.

Da qua a qualche km ho vissuto i momenti migliori. Mi sentivo molto bene e mi veniva da accelerare. Così, dovevo forzarmi ad andare più piano, per non esagerare.

Sant’Antonio primo stop per ricaricare le borracce. Operazione obbligata, dato che da lì, km 7,5 al Santuario di Soviore, al km 25 non avrei più trovato fontane.

Da lì a poco, dopo il passaggio al Telegrafo, su tratti anche corsi dallo Sciacchetrail seppur nel verso contrario, il sentiero diventava più boschivo, addentrandosi di più nei monti e abbandonando via via la costa. Vari km di saliscendi, alcuni anche ben corribili.

Qua ho cercato di non strafare, anche nei tratti di discesa o falsopiano, consapevole di dover gestire le energie per ancora parecchio tempo.

Attorno a metà percorso si affrontava una salita tosta per poi da lì iniziare gradualmente a scendere.

Al passo del Termine si abbandona in verità l’Alta via delle Cinque Terre, che proseguirebbe verso l’entroterra. Invece, questo percorso, benché ribattezzato sul sito FKT “Alta via delle Cinque Terre” ripercorre più correttamente l’ex sentiero numero 1.

Insomma, dal Termine si corre in discesa su asfalto per qualche km, fino ad arrivare sopra Monterosso, per imboccare il sentiero 591, che porterà a Punta Mesco e da lì a Levanto, con il sentiero Verde Azzurro.

Lungo questa discesa ho incontrato il Santuario di Soviore, che nominavo prima, dove mi sono fermato per l’ultima volta alla fontana per ricaricare le borracce. Ho deciso di restare con un litro d’acqua totale, riempiendo solo due flask da mezzo litro, lasciando vuote le altre due che avevo nello zaino, così da risparmiarmi del peso nella schiena.

Intrapreso il sentiero verso Punta Mesco ho iniziato a soffrire un po’. Infatti, non conoscevo affatto questo tratto e si è rivelato più difficile di quanto mi aspettassi. Qualche km nervoso di saliscendo e poi una salita difficile a livello di pendenze e tecnica ed una discesa immediatamente successiva, altrettanto complessa, dove non ho corso praticamente mai. Terreno roccioso con tante pietre scivolose. C’erano anche alcuni incroci con altri sentieri che potevano trarre in inganno e qualche volta ho fatto ricorso alla mappa sullo smartphone per essere sicuro di non sbagliare direzione. Aggiungiamoci che erano ormai più di 4 ore che correvo su e giù per i sentieri e che il sole quasi di mezzogiorno stava per fare capolino: qua ho avuto forse il momento di maggiore difficoltà della giornata. Anche perché mentalmente, dopo la discesa di cui parlavo prima, mi ero un po’ illuso che le grosse difficoltà altimetriche fossero finite.

Arrivato a Punta Mesco, altro luogo molto bello a livello paesaggistico, si è tornati a costeggiare il mare, a circa 5km da Levanto e quindi dalla fine della mia avventura.

Sapendo che ormai il traguardo era vicino, ho ripreso morale.

Tuttavia, questi 5km però erano davvero trafficati dalle persone, che non sempre si spostavano e che comunque mi costringevano a rallentare spesso. Inoltre, anche qua, così come nel pezzo precedente, ogni tanto verificavo sul telefono la correttezza del percorso sul quale mi trovavo. Ma non era poi così importante. Sapevo che il più era fatto. E anche avessi rallentato di un minutino a km, cosa che effettivamente poi ho fatto, non sarebbe stata la fine del mondo.

Arrivo a Levanto in 5 ore 34 minuti e 41 secondi.

Per me un buonissimo risultato. Il mio piccolo traguardo era stare sotto le 6 ore. Anche se già il solo è stato un successo. E pure godendomi gran parte del percorso. Infatti, sono ovviamente arrivato stanco, ma neppure così distrutto, come invece temevo.

Anche a livello di doms nei giorni successivi non è andata poi così male. Sì, certo, qualche dolore è stato inevitabile, ma nemmeno così traumatico come poteva essere.

So benissimo che rispetto al tempo di Matteo Locori il mio è un’inezia. Da lui ho preso in circa 3 minuti di distacco al km, che se ci si pensa è una vita, ma poco importa.

Sono davvero strafelice di quello che ho fatto e di aver portato a casa uno degli obiettivi che mi ero prefissato mesi addietro.

Dopo l’arrivo mi sono concesso un minuto per recuperare, fare un paio di foto e video e poi, con estrema calma, ho raggiunto la mia ragazza in spiaggia.

A proposito di video, ho documentato live la mia avventura, specialmente su Instagram. Vi linko il mio profilo, dove trovate nella sezione delle storie in evidenza quelle di questa giornata, ed un post a carosello con alcune foto che ho scattato strada facendo.

Profilo Instagram: https://www.instagram.com/da0a42/
Post su Instagram: https://www.instagram.com/p/CQT1_Y8Hnme/

Entrando in spiaggia tutto bardato da trail e puzzolente in mezzo ai bagnanti in costume.

Lì mi sono ricomposto, asciugato, rifocillato e cambiato, mettendomi il costume, per concedermi così un meritato bagno ristoratore.

A proposito di abbigliamento, visto che qualcuno qua e là me l’ha chiesto. Vi racconto anche com’ero vestito.

E poi già che c’eravamo siamo rimasti ancora un po’ al mare, fino a che quella santa della mia ragazza mi ha riportato a casa, festeggiando poi alla sera andando a cena fuori al ristorante, che ovviamente non potevo esimermi dal pagare io, il tutto innaffiato da una bottiglia di vino.

Insomma, comunque sia, è stata una bellissima avventura.

Non è un’ultra maratona, perché non ho effettivamente corso 42km, ma per me è come se l’avessi fatta. Del resto non avevo mai corso per così tanto tempo consecutivamente.

Anzi, fino a qualche tempo fa mai avrei pensato di poter correre per 5 ore e mezza di fila. Sì che non ho corso proprio tutto il tempo, dato che in certi tratti ho dovuto camminare.

Ho gestito bene le energie durante la giornata e ho cercato di godermi davvero ogni passo, tant’è che non mi sono fatto problemi a rallentare ogni tanto per fare una foto o un video. Non badando eccessivamente al tempo impiegato, ma pensando soprattutto a divertirmi.

L’unico momento di difficoltà, come raccontavo, l’ho avuto a 7/8km dall’arrivo, ma comunque l’ho superato dopo poco, pensando che ormai il grosso era fatto e che da lì a poco avrei iniziato l’ultimo tratto.

Aver studiato il percorso (dislivello, punti acqua, Google) e averlo provato il più possibile ha aiutato a limitare gli errori. Ho gestito bene la parte relativa all’idratazione e non ho quasi mai sbagliato strada. Mi è capitato solo una volta, ma mi sono accorto dell’errore proprio dopo 20 metri.

Avessi avuto uno smartwatch con le mappe probabilmente sarebbe stato anche meglio. Infatti, ho perso un po’ di tempo negli ultimi km per controllare sul telefono ogni tanto se mi trovavo nel sentiero giusto. E il cellulare quando si corre e si suda non è così facile da usare. Capita infatti che una goccia di sudore ci cada sopra e ti apra una schermata sbagliata e simili. Oppure, non c’è campo e non ti si carica la mappa e cose del genere. E quando sei stanco, dopo 4 ore di corsa, è un piccolo attrito che si potrebbe evitare.

Nota a margine: Komoot mi stimava come tempo impiegato per questo tracciato 5 ore e 27. Io ci ho messo 7 minuti in più come tempo ufficiale, ma se contassi solo quello in movimento, così come fa Komoot, 5 ore e 14, addirittura 13 minuti in meno. Comunque sia, una stima attendibile, anche se fatta su un percorso lungo e con un discreto dislivello.

Mi sono davvero divertito. E mi sono tolto la soddisfazione, esclusivamente personale, di fare questa piccola follia, sfidando me stesso ed alzando l’asticella di un po’ rispetto a quanto credevo fossi in grado di fare.

Non si è trattato di un grande risultato cronometrico, ma poco importa. E non lo dico per fare come la volpe e l’uva, ma semplicemente perché per me già percorrere questa distanza su sentiero con questo dislivello, significa tanto. A maggior ragione se si pensa che a gennaio ero fermo per il mio problema al tendine rotuleo. Del resto, per me, ma in generale per noi amatori la sfida è con noi stessi e qua ho voluto sfidarmi per vedere se sarei stato in grado di portare a termine questa piccola impresa.

A pensarci, è incredibile quanto si possa spingere in là il nostro corpo, seppur ripeto, non ho fatto nulla di straordinario paragonato ad altri.
Però per me questa è l’ennesima dimostrazione che bastano tanta pazienza e costanza ed i risultati personali si possono ottenere.

Ma davvero, è andato tutto benissimo, anche merito della mia ragazza che mi ha sopportato e sostenuto in tutto e per tutto, portandomi al punto di partenza e recuperandomi all’arrivo. Oltre a lei, devo anche ringraziare tutti voi che mi avete scritto prima, durante e dopo questo mio tentativo. Mi ha fatto davvero piacere sentire il vostro sostegno durante queste lunghissime 5 ore e mezza.
Se siete curiosi di guardare i numeri della mia avventura, vi metto anche il link alla relativa attività su Strava: https://www.strava.com/activities/5494380617

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