Avere consapevolezza del proprio corpo

Tutti i vantaggi ed i piaceri che possiamo ottenere da questa competenza.

Definizione di Wikipedia.
Con l’espressione consapevolezza corporea si intende uno stato di coscienza e percezione dei propri movimenti e meccanismi corporei non mediate. Rientra nel più ampio spettro dei meccanismi neurali di coscienza, e il suo raggiungimento può essere legato talvolta alla pratica della meditazione, in quanto pratica capace di portare l’essere umano a una maggiore autoconsapevolezza.

In senso fisico, essa è definita dalla temperatura corporea, dalla presenza di stati di affaticamento, dalla coordinazione nei movimenti e in generale dalle sensazioni che attengono al corpo.

Parrebbe che le prime forme di consapevolezza corporea, almeno nel senso della coordinazione cosciente dei movimenti, appaiano già negli ultimi due mesi di vita del feto, quindi ancor prima della nascita.
In ogni caso, la consapevolezza corporea si sviluppa principalmente nei primi tre anni di vita, man mano che si innalza la capacità motoria e la padronanza dei movimenti.

Poi cosa succede? Cresciamo. E in parte, complici le comodità che abbiamo a disposizione, ci dimentichiamo di avere questa capacità.

Competenza che invece, grazie allo sport, ed in questo caso alla corsa, possiamo recuperare e fare nostra. Ottenendo molti benefici.

La consapevolezza è una condizione mentale che porta a essere completamente concentrati sul presente, sul qui e ora.

A volte crediamo di farlo mentre corriamo, ma invece la nostra testa è altrove, concentrata sui problemi di casa, di lavoro, sui fatti nostri, insomma.
Mentre alcuni studi hanno dimostrato come la consapevolezza controbilanci gli effetti dello stress, procurandoci un senso generale di benessere.

Per la cronaca, esiste proprio una disciplina della corsa, chiamata Mindful running che ne parla e che la mette in pratica. Per i più curiosi, c’è pure un libro dall’inequivocabile titolo “Mindful running: La corsa consapevole” che vi spiega bene di cosa si tratti.
Oggi non mi interessa sponsorizzare assolutamente questa particolare attività, anche perché non ho nemmeno letto il libro in questione. Ma voglio parlare terra-terra, come faccio spesso qua dentro, del perché dovremmo avere consapevolezza del nostro corpo.

Respirazione

Partiamo dal respiro. Elemento fondamentale nello sport, nella corsa e a maggior ragione quando lo usiamo come parametro e come metro per capire come stiamo.

Prestate particolare attenzione alla vostra respirazione quando correte, specialmente durante le corse rigeneranti. Ascoltate le vostre sensazioni, le vostre inspirazioni ed espirazioni prima, durante e dopo l’allenamento.

Anche solo questo semplice gesto (che poi così semplice non è nella pratica) può aiutarvi nel raggiungere una condizione mentale concentrata ma tranquilla.

Come spesso dico, la corsa è anche una sorta di meditazione in movimento. Ed il respiro è il primo passo.

Riduzione degli infortuni

Tutti noi runner abbiamo paura di farci del male. E purtroppo alimentiamo troppo spesso il luogo comune che ci vede sempre infortunati, dall’ortopedico o dal fisioterapista.

Beh, saperci ascoltare può ridurre drasticamente il rischio di subire infortuni.

Stabilire una connessione con il respiro e di conseguenza con il corpo ci permetterà di migliorare sensibilmente sotto questo aspetto.

Infatti, ascoltandoci, possiamo cercare di capire quando è la giornata o è il singolo momento nel quale si può spingere o, viceversa, quando si deve rallentare.
Ovviamente tutti abbiamo già questa conoscenza insita dentro di noi, ma non sempre ne siamo completamente consapevoli o, peggio, non ci prestiamo attenzione, ignorando i segnali che ci sta inviando il corpo sotto forma di sensazioni sgradevoli, piccoli fastidi, acciacchi e così via.

Se vi sentite stanchi, affaticati, con qualche piccolo fastidio fisico, per un giorno rinunciate alla corsa di qualità. Spostate le ripetute al giorno dopo, che non succede nulla, e correte una sgambata rigenerante, prestando particolare attenzione al respiro, rivolgendo l’attenzione al vostro corpo.
Oppure, non correte proprio. Per un allenamento saltato non è mai morto nessuno. E chissà che una giornata di riposo non possa che farvi più bene che altro.

Gestione degli sforzi

Nella corsa, soprattutto per quella di endurance, sapersi ascoltare è fondamentale per poter dosare meglio gli sforzi sul lungo periodo.

Capendo, all’interno della singola uscita, quando ci si può permettere di andare più forte e quando è bene salvare la gamba.

Se dovete correre una maratona, saprete benissimo che non potrete spremervi al 100% fin dal primo km. E cercherete di andare il più costante possibile. Ma anche all’interno di uno sforzo così tendenzialmente costante avrete certamente momenti di maggiore brillantezza alternati ad alcuni di appannamento. E’ qui che dovrete sapervi ascoltare, così da poter dosare nel modo giusto le energie, aiutati dal vostro corpo e dalla vostra mente.

Quando facciamo sport, l’organismo ci invia continuamente segnali per farci capire se ciò che stiamo facendo ci provoca reazioni positive o negative (il dolore, il piacere). Dobbiamo solo ricordarci di accendere il nostro interruttore ed imparare ad ascoltarci. La corsa è un’attività perfetta per questo: quando corriamo spesso siamo soli con noi stessi, senza distrazioni dovute alle altre persone. Ascoltiamoci.

Allena il cervello e la mente

Diventare consapevoli dei messaggi che ci spingono ad abbandonare o rallentare, può aiutarci ad affrontarli al meglio. Con consapevolezza, appunto.
Questi segnali provengono dal nostro corpo o dalla nostra mente?
Cercate di separare i reali bisogni fisici che ci portano a rallentare il passo, dall’attrazione che questa idea può insinuarsi nella nostra mente.
Quante volte nel vostro cervello sono affiorati pensieri come “Sono stanco” o “Non ce la faccio più”! Non soffermatevici troppo su. Perché dovete essere in grado di capire, tramite l’ascolto del vostro corpo, se essi sono segnali esclusivamente mentali, ed allora vanno ignorati, o di problemi reali fisici. Ed in questo secondo caso, come dicevo anche prima, rallentate.

Non è il caso di fare gli eroi a tutti i costi, non bisogna non mollare mai, perché a volte è giusto farlo per una questione di salute. Ma essere consapevoli del proprio corpo vi permetterà di distinguere da un reale problema fisico rispetto a qualcosa di auto-indotto mentalmente, così da superarlo senza difficoltà.

Insomma, per chiudere, gran parte di questa consapevolezza passa dalle proprie capacità e dal proprio respiro, elemento davvero potentissimo a nostra disposizione.

Questo vale anche al di fuori della sfera sportiva: nella vita di tutti i giorni siamo occupati da così tante incombenze che fermarsi e concentrarsi sul proprio respiro può essere utile per tutti, runners e non runners all’ascolto.

Prima di passare alle solite chiamate all’azione finali, vorrei consigliare un piccolo esercizio che potreste fare per migliorare nella vostra respirazione. Per renderla, come dicono i coach, diaframmatica.

Se non mi sbaglio ne ho già parlato anch’io in passato e comunque è una pratica già conosciuta. Ma ricordarvelo male non fa.

Cercate di svolgerlo più volte alla settimana e non solo una volta ora che ve lo racconto. 2, 3, 4, 5 volte. In alternativa, anche questa cosa che ho già raccontato, pure lo yoga è un’ottima pratica per ritrovare la propria centratura respiratoria e mentale.

Sdraiatevi su una superficie comoda. Gambe divaricate e piedi rilassati.
Chiudete gli occhi e appoggia una mano sulla pancia.
Respirate lentamente e profondamente, concentrandovi sul movimento del respiro. Sul “su e giù” della mano. Dovete proprio respirare “con la pancia”, riempiendola d’aria, utilizzando tutta la vostra capacità polmonare.
Quando avete raggiunto una vostra quadratura, analizzate il vostro corpo dalla testa ai piedi. Cercando di focalizzarvi sulle sensazioni che vi stanno arrivando. Più respirate e più dovreste riuscire a rilassarvi e a rilassare ogni parte del vostro corpo. Metaforicamente, sprofondando nel pavimento.
Se durante questo esercizio la vostra mente si allontana per pensare ai pensieri ricorrenti, lavoro, amici, la cena da preparare, ecc, cercate di scacciarli e tornate torna a concentrarvi sul ventre e corpo. In questo modo dovrete essere e dovrete diventare più consapevoli ad ogni respiro.

Iniziate con qualche minuto e poi, come potrete ben immaginare, se potete aumentate con il tempo, senza fretta.

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21 errori da trail runner principiante da evitare

Qualche mese fa mi avevano proposto di scrivere un articolo per una rivista, per poi sparire poco dopo, suggerendomi di parlare degli errori di un trail runner principiante che si possono evitare.
Visto che avevo già iniziato ad imbastire la lista di errori e che qua non si butta via nulla, riciclo i miei appunti e registro la puntata.
Tanto credo che sia un argomento interessante, del quale parlare con il mio solito approccio da diario personale. Infatti, alcuni di questi errori li ho fatti io stesso in prima persona, essendo io ancora un vero e proprio principiante in questa disciplina.
Peraltro, la versione originale doveva prevedere una decina di errori, ma poi mi sono fatto prendere la mano ed ho aggiunto altri punti sulle cavolate che ho fatto strada facendo.

  1. Non pianificare e studiare il percorso: altitudine e dislivello, punti difficili, punti acqua, terreno.
    Analizzare com’è ripartita la difficoltà del percorso. All’inizio, alla fine, equamente distribuita? Così da gestire lo sforzo.
    A meno che non si conosca il sentiero a menadito, va pianificato anche il tracciato. Minimo con un’app, dove salvare la traccia e guardarla alla bisogna. Meglio, se potete, direttamente sul vostro sportwatch.
    Controllare se esistono nel percorso fontane, rifugi e altri posti dove è possibile fermarsi e ricaricare le scorte di liquidi.
    Ma anche dove, per emergenza, fermarsi per mangiare qualcosa.
  2. Non portare abbastanza acqua. Correlato a quanto si diceva pocanzi.
    Una flask in più nello zaino.
  3. Non mettersi la crema solare e eventualmente la protezione per insetti.
  4. Non portare abbastanza cibo e reintegro vario.
  5. Fare troppo e subito.
    Lo so che sapete già cosa sto per dire: ci vuole gradualità.
    10km su sentiero non sono uguali a 10km su asfalto, ma nemmeno a 10 al parco.
    E non potrete nemmeno fare la vostra prima uscita su trail con 1000 metri di dislivello positivo. Ci dovrete arrivare con mooolta calma.
  6. Partire troppo forte. In parte collegato al punto appena visto. Questo però all’interno di una singola uscita.
  7. Anche questa diretta conseguenza degli aspetti precedenti. Sottovalutare il dislivello, andando troppo veloci. La camminata fa parte del trail, anche di quello breve, senza per forza fare delle ultra maratone.
  8. Non portare un k-way/giacca a vento e non indossarlo in caso di vento, pioggia o discese veloci.
  9. Coprirsi nel modo giusto. Collegato all’errore appena citato. Con uno zaino, ma volendo anche con una cintura, potete portarvi una giacca supplementare, senza indossarla fin da subito.
    Infatti, coprendovi troppo potreste rischiare di sudare eccessivamente mentre state correndo o facendo una salita. Poi arrivati ad una quota più elevata quello strato in più potrebbe servirvi. Qua ci vuole anche un po’ di esperienza per capire cosa indossare ed in che momento.
  10. Usare scarpe non specifiche.
  11. Non portarsi il cellulare.
  12. Non portarsi un cambio asciutto, a meno che non rientriate direttamente a casa appena finita la vostra uscita.
    Ma spesso non è così. Non tutti hanno la fortuna di abitare direttamente su un sentiero o a pochi km da esso.
  13. Non portarsi alcuni piccoli oggetti, sempre preziosi: soldi, fazzoletti, garze, cerotti, ecc
    Anche il fischietto, che è pure obbligatorio in qualsiasi gara di trail, è spesso integrato direttamente nel vostro zainetto.
  14. Buttarsi giù a rotta di collo nelle discese.
    Lo so che può venire istintivo farlo ed è pure divertente. Ma soprattutto all’inizio, quando non si è ancora abituati, questa pratica potrebbe essere parecchio traumatica per le nostre articolazioni.
    Inoltre, il rischio di inciampo e conseguente caduta, oppure di storte, è sicuramente più elevato in queste situazioni. Meglio andare un pelino più cauti e tornare a casa sani e salvi, rispetto al guadagnare 5 secondi al km, ma lasciare per strada una caviglia o un ginocchio.
  15. Non paragonatevi agli altri. Ci arriverete, ma con calma.
    Lasciate il vostro ego a casa e godetevela.
  16. Non basatevi sul tempo al km. Su trail, specie quando si sale, potete anche ignorare il cronometro. Ed è questo uno degli aspetti più belli di questa disciplina.
    E’ la natura a dettare il passo. Seguitela ed assecondatela.
    Non seguite invece il vostro tempo al km su strada, perché se vi sforzerete troppo su una salita per farlo poi alla lunga potreste pagarne le conseguenze e scoppiare malamente.
  17. Non disdegnate la strada. Lo so che se inizierete a correre su sentiero poi l’asfalto potrà sembrarvi brutto e cattivo. Ma quasi tutti i trail runner devono comunque allenarsi anche su strada, specie nelle sedute infrasettimanali.
    E’ vero che se su Strava guardate gli allenamenti di Carl Johan Sorman o Roberto Mastrotto vedrete che loro fanno quasi solo ed esclusivamente corsa su sentiero. Ma noi non siamo professionisti o semi-professionisti e non per forza si abita vicino ad un sentiero o si ha a disposizione il tempo per andare e tornare su di essi.
    E anche delle uscite collinari o delle ripetute in salita, per quanto dure, possono essere eseguite su strada senza problemi. Anzi, il gesto atletico in questi casi sarà migliore. Ovviamente, non si allenerà la parte di tecnica, cosa che invece si farà solo andando direttamente sui sentieri più difficili.
  18. Sottovalutare il potenziamento ed il cross training.
    Core stability, potenziamento gambe, ma anche altri sport, come il ciclismo.
  19. Abbandonare i sentieri segnati.
  20. Non guardare il meteo e le relative previsioni.
  21. Non informarsi adeguatamente su chiusure o problemi del tracciato prima di partire.
    Lo so che non sempre è così facile. Dipende molto da dove vi trovate e da quanto sono attrezzati nella zona dove correte. Ma spesso on-line si trovano delle mappe interattive che segnalano eventuali interruzioni e problemi sui tracciati. Dateci un’occhiata prima di uscire, così da evitare poi di trovarvi su un sentiero non percorribile.
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Corsa e salute mentale

Da cultore di sport a tutto tondo, quello delle Olimpiadi per me è sempre un periodo di gioia. Cerco di guardare qualsiasi sport, pure quelli di cui non capisco una sega.
Quest’anno, complice il fatto che i giochi si tengano a Tokyo, sto seguendo meno tutti i vari eventi, ma tuttavia cerco di immergermi il più possibile, anche compatibilmente con i miei impegni, nello spirito olimpico.

Credo di non essere il solo: nelle due settimane delle Olimpiadi in Italia diventiamo tutti appassionati e coach di qualsiasi sport, così come fino a poco tempo fa eravamo tutti mister di calcio e da un po’ di tempo e tutt’ora siamo ahimé grandi esperti in quanto a virologia.

Ma cavolate qualunquiste a parte, oggi vorrei trattare un argomento serio.

Infatti, spesso in questo podcast si parla di cose allegre: si prova a prendersi non troppo sul serio, pur cercando di informare su argomenti tecnici e di allenamento, oppure di parlare di aspetti filosofici, di approccio mentale alla corsa.

Io di base sono un cazzone. Magari anche un po’ competente, ma cazzone. Ed è con questo spirito che cerco di affrontare la vita: scherzando su tutto, anche sugli argomenti più spinosi.

Però qua voglio parlare di un tema complesso e farlo in modo serio, almeno per una volta, proprio perché si tratta di un aspetto uscito fuori da tante persone in quest’ultimi anni: il problema della depressione e della pressione sugli atleti. Recentemente, gli ultimi due casi, venuti alla ribalta alle Olimpiadi, sono stati quelli di Naomi Ōsaka e, forse della ancor più famosa, almeno qua da noi, Simone Biles.
Per loro, ma anche per tanti altri sportivi famosi, si tratta di problemi di salute mentale di cui non so davvero niente e su cui credo sia decisamente sbagliato speculare. Penso però che per loro, ma anche per noi, non sia più accettabile sacrificare se stessi in nome della performance.

Del resto, noi uomini non siamo macchine e bisogna considerare la complessità delle nostre emozioni, che esulano dal mero risultato agonistico.

Questi super atleti vengono portati all’estremo. Eppure, non è di certo scolpito nella roccia che si debba continuare all’infinito con questo stile di vita, che spreme fisicamente e ancor più mentalmente.

Per dovere di cronaca, vi dico subito che ho preso spunto per questo episodio, oltre che dalla stretta attualità, anche da un bellissimo video dell’amico Stefano, del canale Youtube “Pietre”, che saluto caldamente.
Ve lo linko nelle note dell’episodio e ve ne stra-consiglio la visione.

Ma, già che ci siamo, se siete appassionati di ciclismo, come il sottoscritto, vi invito a seguire proprio tutto il canale e a guardare pure gli altri video.

Video “La Depressione nello Sport Contemporaneo”: https://youtu.be/G49-o3K1JI0
Canale “Pietre”: https://www.youtube.com/channel/UCO6Q4WydyXJMnRPWQr2cB2g

Tornando al tema del giorno, che so benissimo essere molto delicato, soprattutto se trattato da me, che non ho la minima competenza in psicologia e affini.

E’ un argomento tabù, che può fare paura, che a volte inconsciamente facciamo finta che non esista. Anche perché può succedere a tutti e che cercherò di trattare anche per questo con i guanti.

E poi voglio fare una precisazione: non so assolutamente se tra di voi ci siano persone che stanno vivendo e provando stati di depressione, di ansia, di panico. Non ne ho idea, ovviamente. Ma quello che è certo è che si tratta di una eventualità che va contemplata, anche per noi amatori.
Forse non per forza legata alla corsa, ma piuttosto alla vita quotidiana. Ma c’è.

Certo, non varrà per tutti. Molti di voi li conosco e so come si approcciano. Ma ci tengo a fare questa puntata. E vi chiedo già scusa ora per il pistolotto.

Ma perché questo episodio?
Come detto, pur non essendo io minimamente competente in questo settore, spesso parlo di approcci filosofici di corsa. E spesso mi sento responsabile io per primo per quel poco che posso comunque influenzarvi. Ok, non sono la Ferragni in quanto a influenza, ma so che alcuni di voi hanno iniziato a correre, a fare gare, a fare trail e così via anche per “colpa” mia. E mi sento responsabile. Pure quando vi dico di mangiare con cura. Penso che sia giusto iniziare a trattare questi temi, seppur io lo faccia a modo mio, senza essere un esperto. Ma da qualche parte bisogna iniziare.

Non lo faccio di certo per andare a fare la ramanzina a nessuno, ma per mettere in tavola il concetto.

In questo podcast cerco ovviamente di esprimere il mio pensiero e come vedo e vivo io il running. Ma mi sono reso conto, anche parlando con altre persone, che anche noi amatori spesso viviamo male lo sport. E la corsa, assieme al ciclismo, è uno sport molto legato anche all’alimentazione che si tiene. Dove ogni kg in più tende a rallentarci.

E anch’io in passato e pure in futuro vi ho invitato e vi inviterò a mangiare bene, perché è risaputo che ogni kg in più sono secondi al km persi. E’ anche per questo che oggi mi sento in dovere di affrontare questo tema così delicato.

Infatti, il rapporto tra il cibo e la corsa è davvero stretto, pure per noi tapascioni, perché spesso si pensa che bisogna essere tutti tirati al massimo per performare.
A parte che a volte anche i professionisti non sono così, però noi siamo amatori e prima di tutto, prima di qualsiasi altra cosa, la nostra priorità dovrebbe essere quella di vivere felici. Lo sport può aiutarci in questo, chiaramente. Quante volte siete usciti per correre mezzi scazzati e siete tornati a casa felici e soddisfatti?
Ma a volte, quando ci si fissa solo su un obiettivo cronometrico, la gioia passa in secondo piano. E si fanno sacrifici. Tanti. Pure troppi. Al punto che si diventa pazzi al star dietro al chiletto in più preso o perso.

Invece, correre, e anche mangiare, dovrebbero essere per noi fonte di piacere.
Per cui, secondo me, è meglio avere un chilo in più ed essere contenti, e allenarci contenti, e correre contenti, rispetto all’arrivare alla gara stressati, perché abbiamo affrontato dei mesi di enormi sforzi, dove si è tirato la cinghia ben oltre il lecito, solo per essere esattamente di quel determinato peso deciso a monte.

Soprattutto quando ci si avvicina ad una gara importante, molti di noi tendono a sacrificare alcune gioie della vita in nome di qualche secondo sul cronometro recuperato.

Parliamoci chiaro: lo faccio anch’io in parte. Da quando corro sto più attento a cosa mangio, soprattutto alla qualità degli alimenti. Ma a volte si tende a esagerare.

Ad auto infliggersi delle pene inutili. Ad auto caricarsi di pressioni. Ad auto sabotarsi a livello mentale. Come se la nostra maratona corsa sotto le 3 ore e mezza possa cambiarci la vita, possa valere un oro olimpico. E anche se lo valesse, il discorso sarebbe uguale lo stesso. Niente vale la vostra salute. Neanche l’oro alle Olimpiadi, neanche la maratona di New York.

E ripeto: gli aspetti di depressione e stress collegati allo sport sono più accentuati nei professionisti.
Ma questo è logico, perché è il loro mestiere. Perché ci sono i media, i tifosi, gli sponsor e tutto il resto del mondo che hanno aspettative di risultato, che fanno domande pesanti, che non si fanno i fatti loro, pur di cercare la notizia.

Lo stato mentale per loro è quasi tutto e da fuori non ci rendiamo nemmeno conto di quali tensioni e aspettative ci siano dietro.

Ma anche noi amatori non siamo esenti da pressioni. Perché la vita di tutti i giorni ce le impone. Lavoro, famiglia, soldi, ecc… Qua sto scoprendo l’acqua calda.

Facciamo almeno in modo che la corsa sia per noi fonte di piacere e non sia un ennesimo problema da affrontare.

Perché la corsa ci piace, è evidente, altrimenti non saremmo tutti quanti qui, ma non dobbiamo farne la nostra unica ragione di vita.

Ci sta limitarsi nel consumo di cibo e di alcool a pochi giorni da una gara. E’ consigliato e per questo ve lo dico ogni tanto negli episodi di questo podcast. Ma non facciamone una malattia. Se ci va di berci una birretta e beviamola!
Se ci vogliamo fare una pizza, un sushi, qualsiasi altra cosa… E mangiamoceli!

Anche perché avere uno status mentale libero, felice e spensierato è un prerequisito indispensabile per ottenere anche delle buone performance.

Le gambe contano, ci mancherebbe. Ma è la testa quella che guida. E personalmente sono dell’idea che sia meglio pesare 2 kg in più del previsto, ma arrivare alla gara rilassati, felici del percorso fatto per arrivarci. La si vivrà meglio. E anche i risultati probabilmente saranno migliori, oltretutto.

Non dobbiamo sentirci obbligati a fare nulla. Se un giorno o due non ci va di allenarci, non alleniamoci.

Se un giorno vogliamo andare all’all you can eat e cappottarci di cibo, facciamolo. Certo, dopo ci sentiremo strapieni e rotoleremo per terra. E’ la conseguenza di uno stravizio. Ma se ci fa stare bene, concediamocelo!

Non voglio fare discorsi ipocriti. Sono il primo a curare in parte la mia alimentazione. Ma onestamente non mi nego mai una cena al ristorante o una birretta con gli amici.

Ovviamente, ognuno è libero di fare quello che vuole. Ci mancherebbe altro. Se volete fare una dieta ferrea e ve la sentite, non c’è nulla di male. E, di contro, non vi sto certo invitando all’ubriacarvi la sera prima di una gara, come insegna Joe Strummer.

L’equilibrio per ognuno di noi è diverso. Così come è diverso l’approccio che si ha verso lo sport, a prescindere dal livello al quale viene praticato.

Me ne ero reso conto già anni fa, quando giocavo, sempre a livello amatoriale, a basket. E penso che la cosa ci sia diffusamente in tutti gli sport e gli ambienti.

Si tratta per l’appunto di saper trovare il proprio equilibrio mentale. In un connubio che faccia star bene. Dove lo sport è un’aggiunta, un tassello ulteriore, in grado di regalare belle sensazioni, gioie, felicità.

E’ una questione di scelta

Possiamo e dobbiamo scegliere. Scelte coraggiose. Perché ci vuole coraggio anche per prendere queste decisioni e nel caso anche per iniziare un periodo di terapia. Perché la depressione e tutte le altre sue sorelle sono delle malattie e come tali vanno trattate.


Lo fanno i professionisti, a volte rinunciando a gare importantissime, ce lo possiamo anche permettere pure noi.

Possiamo scegliere come mangiare. Possiamo scegliere come allenarci. Possiamo scegliere a quali gare partecipare. Possiamo scegliere come affrontarle, con che spirito. Possiamo scegliere. Scegliamo. E scegliamo ciò che è giusto per noi, per il nostro benessere e non per quello degli altri. Chissenefrega della pressione sociale. Pensiamo alla nostra salute.

La questione è ovviamente complicata, anche perché non sempre di riesce ad essere lucidi in questi momenti. Ed il confine tra il fare una cosa di propria volontà e il sentire di farlo per qualcun altro, il confine tra il «puoi farcela» e il «devi farcela», è sottile e scivoloso come uno strato di ghiaccio sul lago.
Lo è ancor di più per gli atleti professionisti, probabilmente. Ma almeno noi amatori evitiamo di distruggerci la vita per quella che è prima di tutto una sana passione. Passione che ci deve aiutare a stare meglio e non il contrario.

La vita è bella, ma può essere anche bastarda. A volte ci può travolgere, senza che nemmeno ce ne si renda conto. Ma almeno proviamo a darci una mano con scelte intelligenti.

Lo sport, e la corsa nel nostro caso, possono e devono aiutarci a reagire. Ma va vissuta nel modo giusto.

Qua siamo tutti sportivi. Certo, qualcuno correrà di più, qualcuno di meno. Qualcuno ascolterà le mie divagazioni e basta. Ma penso che tutti sappiate quanto correre vi faccia star bene. Per questo credo che abbiate capito cosa voglio trasmettervi.

E allora, ringraziamo Simone Biles, Naomi Osaka e tutti gli altri. Atleti che spesso vediamo come irraggiungibili. Degli dei, apparentemente perfetti, inattaccabili, invidiabili, di successo. Però, persone che in questo caso non si sono nascoste e che hanno scelto. Che avuto il coraggio di dire “stop”.

Scelte che si potrebbero definire coraggiose, ma che io più che altro vedo come sane. E’ questa la priorità di ognuno di noi. Dal più forte del mondo, con svariati ori olimpici, fino all’ultimo degli amatori, che ha iniziato ad allenarsi da due giorni.

Scelte giuste, sagge, doverose, necessarie, significative. Che ci fanno tornare a tutti quanti con i piedi per terra. Piedi magari meno volteggianti di un memorabile esercizio della Biles, ma forse più importanti per riportarci a contatto con la realtà dei fatti e della vita.

Ringraziamoli tutti quanti, anche perché fanno venire a galla questo problema e ce lo fanno vedere sotto una prospettiva diversa. Spero anch’io, nel mio piccolo con questo episodio, di avervi aiutato a farlo.

Impariamo la loro lezione e facciamola nostra. Rendiamo lo sport, la corsa nel nostro caso, una bella passione, il nostro momento, quell’oretta di aria fresca, di libertà, di divertimento. Dev’essere quello. Il nostro piacere, la nostra fonte di gioia e di benessere. E nient’altro.

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I diritti del runner (corri un po’ come ti pare)

Prendo spunto da “I diritti del lettore”, un testo che Daniel Pennac ha stilato nel suo libro “Come un romanzo“.

Se, come me, siete appassionati di lettura, probabilmente conoscerete già questo libro ed in particolare questo elenco.
Diritti in versione Pennac cui comunque farò riferimento nei vari punti esposti, proprio per mostrarvi come io abbia preso liberamente spunto per questo episodio.
Così, uniamo l’utile al dilettevole!

Link Amazon “Come un romanzo“ di Daniel Pennac: https://amzn.to/3gzFUKm
Articolo: https://libri.icrewplay.com/10-diritti-del-lettore-secondo-daniel-pennac/

Così, voglio rivisitare questi diritti in chiave running.

Per me i diritti del lettore hanno rappresentato anche un po’ uno “sblocco” per certi aspetti della lettura, dato che io avevo un approccio che qualcuno avrebbe anche potuto definire come talebano. Come ad esempio il diritto a non finire un libro (per me prima finirlo era una missione. Anche se la lettura mi faceva schifo) o quello di saltare le pagine.

Spero che questa versione sulla corsa di mia interpretazione possa sortire su di voi lo stesso effetto.

  1. Diritto di non correre
    E direte “Ma come? Si parla dei diritti del runner e la prima cosa che ci dici è quella di non correre?”. Proprio così! Pennac parlava del diritto di non leggere ed io lo modifico così. Possiamo non correre.
    Questo punto credo sia esemplificativo dell’ottica con la quale stilo questo elenco.
    La libertà di scelta. La corsa è un piacere, non un obbligo. Di conseguenza, abbiamo anche l’opzione di non andare a correre.
    A volte si vive la corsa (la tabella) come una forzatura, sentiamo la pressione di dover correre a tutti i costi. E invece abbiamo il diritto anche di scegliere di non allenarci ogni tanto. Certo, sappiamo che poi ci sono alcune piccole conseguenze, specie se saltiamo un allenamento fondamentale, come un lungo o un’uscita di qualità. Ma non siamo dei professionisti e può capitare una giornata in cui non ci va proprio di correre. Dato che per noi la corsa è un hobby, una passione, un piacere, qualora non fosse più così diventerebbe un lavoro. Ecco perché abbiamo anche il diritto di non correre.
    Insomma, spostiamo il focus del running, da dovere a diritto, rendendola un piacere.
  2. Diritto di saltare o modificare alcune parti dell’allenamento
    Qua, Pennac parla del diritto di saltare alcune pagine.
    E anche noi possiamo eventualmente modificare il nostro allenamento: prima oppure durante l’uscita stessa.
    C’è un pezzo che ci sta annoiando, un particolare momento che non ci va proprio giù, cambiamolo o saltiamolo proprio.
    Avete, abbiamo, il diritto anche di divertirci cambiando qualcosa: il percorso, il dislivello, il terreno, ecc…
  3. Diritto di non finire un allenamento
    Per Pennac questo è il diritto di non finire il libro. Per noi il libro è una corsa.
    Può accadere a chiunque di scoppiare durante un allenamento, specie con le ripetute o un lunghissimo. Beh, analogamente al punto 1, abbiamo anche il diritto di fare qualche ripetuta in meno o qualche km in meno del previsto.
    In testa a volte ci diciamo mentre corriamo “Sono fuori, sto correndo da N km e adesso devo per forza finire con tutti i km che ho in tabella”.
    E invece no. Ovviamente questa non deve diventare una cattiva abitudine, che ci fa accorciare sempre e comunque tutti quanti i nostri allenamenti. Perché in questo caso vorrebbe dire che abbiamo un problema con il running.
    Ma una volta ogni tanto può capitare: siamo stanchi, siamo scazzati, abbiamo altre cose da fare. E non è la morte di nessuno se torniamo a casa 10 minuti prima del previsto. E’ un nostro diritto: non dobbiamo sentirci in colpa per questo.
  4. Diritto di ripetere lo stesso allenamento
    Daniel Pennac ci dice che se un libro ci è piaciuto possiamo rileggerlo più e più volte.
    Possiamo fare la stessa cosa con la corsa.
    Non sta scritto da nessuna parte che non si possano ripetere determinate cose, specie se hanno funzionato bene.
    Se un luogo in particolare dove siamo stati ci è piaciuto, nei limiti delle nostre possibilità, torniamoci.
    Invece che avere questo approccio da collezionisti, costretti a fare sempre qualcosa di nuovo, del tipo “Oggi ho corso sul sentiero 120, domani faccio il 121 e dopodomani il 122”. Ma invece abbiamo la libertà per tornare nel posto X che tanto ci era piaciuto, senza farci troppe pippe mentali.
    Oppure, se un particolare esercizio ci è piaciuto, ripetiamolo. Magari a qualcuno di voi i fartlek divertono. Per esempio a me sì. Ebbene, faccio in modo di inserirli ogni tanto in tabella, così da farmi un allenamento che mi piace e mi diverte.
  5. Diritto di correre qualsiasi distanza
    Pennac dice che possiamo leggere qualsiasi genere, alla faccia degli intellettuali che mai si abbasserebbero con determinate categorie.
    Facciamo lo stesso con il running. Non ci sono distanze di serie A, di serie B di serie Z.
    Dai 100 metri all’ultramaratona, sono tutte distanze più che degne di onore e rispetto. Anche perché una 5km tirata vi fa soffrire tanto quanto una maratona. Sono sforzi differenti, ma chi li ha provati lo sa e lo potrà confermare.
    Invece, a volte c’è chi se la tira: “Eh, io corro solo maratone: ne faccio una ogni 2 settimane”. Bravo, liberissimo di farlo. Ma non rompere le palle a chi non ha voglia di mettercisi o a cui semplicemente non piace. E se uno si divertisse di più con la mezza o con la 10km? Abbiamo tutti il diritto di correre le gare e le distanze che più ci piacciono.
  6. Diritto di emozionarsi
    E’ il diritto al Bovarismo di Pennac: cioè, il diritto a emozionarsi, a lasciarsi prendere dalla storia. E facciamoci trasportare dalle emozioni anche noi!
    Lasciamoci andare: se correre ci coinvolge, ci fa provare determinate sensazioni, magari durante una gara o un’uscita particolarmente significativa, non priviamoci di questi momenti per paura di essere giudicati. Ci sono persone che al termine di una maratona urlano, altre che piangono e così via. Ognuno è libero di esprimersi come vuole. Ed è un diritto sacrosanto e non c’è nulla di male nel farlo.
    Avete tutto il diritto di emozionarvi: del resto siete umani anche voi.
  7. Diritto di correre ovunque
    Ovviamente, nei limiti del consentito e nel rispetto della proprietà privata.
    L’originale è il diritto di leggere ovunque.
    Abbiamo il diritto di correre in città, al parco, in montagna, al mare, su un sentiero, sul marciapiede e anche in pista in determinate situazioni.
    A volte qualcuno si comporta in modo elitario: “Ah, io corro solo su pista, chi corre su e giù per i marciapiedi è uno sfigato!”, ma anche il contrario, tipo i fondamentalisti del trail, che magari disdegnano i mezzofondisti o i runner da strada.
    E la sapete una cosa, invece? Fate il cazzo che vi pare. Avete il diritto di correre su qualsiasi terreno abbiate a vostra disposizione.
    Voglio correre su strada? Va bene. Oggi preferisco il sentiero? D’accordo. Non sta scritto da nessuna parte che un terreno o un genere di attività sia meglio dell’altro, che sia più figo o chi fa una disciplina sia più forte dell’altro.
  8. Diritto di camminare, andare in bici o fare altri sport
    L’ottavo sarebbe il diritto di spizzicare, ovvero di pescare qua e là dai vari libri, anche solo a spot, una volta ogni tanto.
    Io lo vedrei anche come il diritto non solo di correre, ma anche di goderci altri sport. Se vogliamo in parte correlato ai primi punti: quelli di non correre o di non finire un allenamento.
    Stamattina ci va di camminare invece che correre? Facciamolo! Quest’oggi preferiamo la bici? Perché no. Fa caldo e preferiamo il nuoto? Ben venga.
    Sempre all’interno di una logica di crescita, anche altre attività fisiche sono sempre consigliate e apprezzate.
  9. Diritto di correre in compagnia
    Il nono diritto Pennacchiano è quello di leggere ad alta voce. Cose che in effetti anch’io non faccio da tempo. Spesso vediamo la lettura come una cosa molto intima e personale, quando invece condividere la stessa lettura a volte potrebbe essere piacevole.
    Ma divagazioni personali a parte. Per me l’equivalente del leggere ad alta voce è il farlo in compagnia. E anche questo tendo a farlo poco poco poco, a dirla tutta.
    Però se vi piace, avete il diritto di correre in compagnia. Sempre rispettando tutte le varie norme vigenti in relazioni alla sicurezza.
    Andare a correre in più persone è un’esperienza senza dubbio diversa dal farlo in solitaria. Con tutti i pro e contro del caso.
  10. Diritto di tacere
    Non è certo obbligatorio informare le persone sui libri che stiamo leggendo. Anzi, la lettura è un viaggio personale. E’ la stessa cosa per il running.
    Non è il parlarne a tutti i costi che vi rende runner (pare strano e forse fuori luogo detto da uno che fa un podcast sul running). Ma è il gesto, è il fare le cose. E’ il correre che vi rende tali. Anche se non pubblicate ogni singolo allenamento sui social o se non lo dite in giro. Qualcuno potrebbe anche non saperlo che andate a correre, perché lo fate tutte le mattine alle 6 senza dirlo a nessuno. Anche questo è un vostro diritto.
    La corsa è anche uno sport personale ed intimo. Ed appunto, da appassionato di questo sport mi rendo conto di quanto siamo tentati di parlarne ovunque e comunque, a tutti. Anche a chi non gliene può fregare di meno. A volte pure esagerando.
    Invece non ci obbliga nessuno a parlare di running. Magari abbiamo corso in un posto particolare e non ci và di rivelarlo a nessuno. O abbiamo provato delle sensazioni così particolari ed intime e preferiamo tenercele per noi.
  11. Diritto di correre da soli
    In verità i diritti di Pennac sarebbero 10, ma io ho voluto aggiungerne uno. Il dirimpettaio del nono: cioè, correre da soli.
    Avete anche il diritto di godervi la vostra corsa in solitaria. Vivendo nel modo che preferite il vostro sport preferito.
    Potete godervi la corsa al mattino, alla sera, all’ora di pranzo, quando vi pare, correndo anche da soli, senza chiedere nulla a nessuno. E anche questo è un bel diritto da avere!
Continua a leggere “I diritti del runner (corri un po’ come ti pare)”

Corsa in salita: allenamento e tecnica

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana avevo già fatto un episodio simile a quello di oggi. Però ai tempi avevo poca esperienza in merito.

Ora, lungi da me essere diventato nel giro di qualche mese un esperto in materia.

Tuttavia, ultimamente qualche allenamento in salita me lo sono sparato, in ottica dei trail che ho corso, prima in gara al Chianti Ultra Trail, e poi in modo autonomo, correndo sull’Alta Via delle Cinque Terre. In quest’ultima occasione ho messo insieme circa 34km con quasi 1500 metri di dislivello positivo.

Non sono numeri da far girare la testa, se paragonati con quelli di tanti altri, ma due cose le ho imparate.

Ed allora eccoci qui a parlare di come si possa migliorare in questa particolare specialità. Certo, ad alcuni non fregherà nulla, dato che magari corrono sempre e solo in pianura, ma sono certo che ci sarà una buona fetta di voi ascoltatori interessata al tema.

Comunque sia, questi consigli sono sia per chi fa trail running, ma anche per chi corre su strada. In particolare, alcuni esercizi che vi proporrò potrebbero risultare utili a tutti, anche se solo in determinati periodi dell’anno, quando si va a lavorare, in momenti lontani dalle gare, sulla forza. Forza che si tradurrà in velocità quando poi si correrà in piano.

Innanzitutto, dividerei questo episodio in due macro aree: la parte relativa all’allenamento, perché la salita va allenata, e quella della tecnica da usare.

ALLENAMENTO

Ovviamente, per migliorare in salita, la prima cosa da fare è allenarsi correndo in salita.

Quali sono allora gli esercizi attuabili?

Prima di descriverli, però, ci tengo a sottolineare come questi siano allenamenti impegnativi. Che sconsiglio di fare ai principianti. Ma più in generale, sono per runner che hanno già una discreta base muscolare, soprattutto per quanto concerne le gambe.
Se siete carenti sotto questo aspetto, fate prima un periodo con del potenziamento di base, full body, che vada a rinforzare tutta la vostra muscolatura.

Solo quando avrete sviluppato un corpo forte in fatto di core, gambe e quant’altro potrete addentrarvi in questo mondo.

Insomma, evitate di correre su salite impegnative senza allenamento.

Ricordatevi che nella corsa in salita si va a lottare contro la forza di gravità. Motivo per cui, lo sforzo cui verrà sottoposto il nostro corpo sarà maggiore.

E può capitare, se ci si butta senza una preparazione adeguata, di incorrere in infortuni, che possono essere sia muscolari che tendinei.

E poi, altra cosa, tutte le proposte vanno sempre modificate e adattate in base alle vostre capacità. Partite con roba facile e aumentate con il passare del tempo e dei miglioramenti.

Scatti in salita.
Questo allenamento prevede delle ripetizioni con scatti su salite ripide.
Serve principalmente per accrescere la nostra potenza delle gambe.
8/10 scatti da 10 secondi massimo. Con un recupero completo di qualche minuto. Solitamente 2 o 3. Quindi, fate riscaldamento con corsa lenta, poi vi fate il primo scatto e recuperate. Secondo scatto e recuperate e così via.
Consiglio ulteriore: vale per tutti, ma in particolare se vi state approcciando per le prime volte a questo genere di attività. Non date tutto tutto subito. Se no rischiate di scoppiare o, nella peggiore delle ipotesi, pure di farvi del male.
Iniziate con uno sforzo impegnativo, ma non massimale e poi aumentate settimana dopo settimana.

Esercizi di potenziamento gambe.
Questa roba si può fare anche a casa: affondi, step-up (che sarebbero salire e scendere dal gradino), squat, affondi con salto, squat jump, Calf extension (sollevamenti sulle punte dei piedi).
Quanti farne? Anche qua, dipende da quanto siete allenati. Potete partire con 2/3/4 serie da 10 per ogni gamba con recupero un minuto, arrivando anche a 6 o 7 serie con il passare del tempo.
I più bravi potrebbero anche decidere successivamente di eseguire questi esercizi con i pesi, in modo da aumentare lo sforzo. Ma questo, mi raccomando, fatelo solo quando siete ben allenati e pronti ad un impegno del genere.
Tutta questa roba è utile per aumentare la nostra resistenza muscolare. Cioè, per permetterci di ripetere con efficacia lo stesso movimento ripetuto nel tempo. Leggasi, mettere un piede dopo l’altro in pendenza. Di conseguenza ci aiuteranno a sostenere più a lungo lo sforzo che facciamo correndo in salita.

Ripetute in salita.
Questo esercizio andrà a lavorare all’incirca sugli stessi muscoli che vengono coinvolti svolgendo gli esercizi appena proposti. Perciò, andrà ad allenare la stessa componente e può anche essere visto come alternativa pura rispetto al potenziamento.
Si tratta di fare 2 o 3 ripetizioni di questa salita, che dovrebbe essere piuttosto pendente, con recupero di 5 minuti tra una e l’altra. Quanto devono durare queste ripetute? Diciamo, dai 6 ai 10 minuti. Anche qua in base a che salita avete a disposizione e, come sempre, a quanto siete allenati.
Come detto per gli scatti in salita, prima di partire a bomba con le ripetute, è bene fare un po’ di riscaldamento con della corsa lenta.

Core stability.
Seppur il nostro core non sia il primo responsabile per quanto riguarda le nostre performance in salita, questi è molto importante.
Infatti, nella corsa ed in special modo per quella in salita, è necessario che il corpo sia forte e stabile. Ecco perché rinforzare l’addome e dintorni è così importante.

Altri allenamenti.
Esistono poi una infinità di altre opzioni circa gli allenamenti in salita, che adesso non sto a descrivervi. Ne avevo parlato appunto in questa vecchia puntata: circuiti collinari, salite dolci, salite prolungate, ecc…
Ve la linko nelle note dell’episodio, così la potete recuperare, così da integrare quanto detto a suo tempo, unendo le informazioni con questa di oggi.

Puntata “Come migliorare nella corsa in salita”
https://www.spreaker.com/user/lorenzomaggiani/come-migliorare-nella-corsa-in-salita-running
https://open.spotify.com/episode/0tSv3dclBKY4UYLPogoplA

TECNICA DI CORSA

Passi brevi.
Il primo fattore di cui tener conto è senza dubbio la falcata.
Infatti, in salita i passi devono essere più corti e rapidi rispetto a quanto si fa in pianura.
Questo perché quando facciamo questi piccoli passi tutta la forza necessaria per portare il nostro peso su per la salita viene distribuito su tanti piccoli sforzi, tanto quanti saranno i passi fatti. Così facendo, i muscoli non raggiungono una sorta di soglia di sforzo massimo, che invece si otterrebbe con un passo più lungo.
Se siete dei trailers, fateci caso. Sicuramente vi sarà capitato di dover fare qualche volta dei passi molto lunghi per salire su dei sassi o su scalini particolarmente alti. E pensate a quanta fatica vi era costato un singolo movimento di questo genere. Questi sforzi a volte sono inevitabili, ma sono degli extra non programmati che alla lunga possono presentare il conto. Perciò, meglio farne il meno possibile.
Inoltre, questo vale solo per chi corre su sentiero e non su strada, fare più passi veloci vi darà maggior stabilità, perché abbasserete il tempo di contatto con il suolo, fornendo più appoggi in poco tempo.
In generale, avere una buona frequenza di passo vi aiuta a rendere la corsa meno traumatica e più performante, proprio perché si riduce il tempo di contatto con il terreno.

Cadenza.
Sappiamo tutti del famoso “mito” dei 180 passi al minuto. Vale anche in salita, ma su certe pendenze non è per forza così semplice mantenere una cadenza così elevata.
In questo caso quello che bisogna fare è trovare il giusto equilibro tra cadenza, lunghezza del passo e pendenza. E’ una cosa che ovviamente si imparerà e migliorerà con il tempo e con l’esperienza.
Però, se vi rendete conto che la pendenza è così elevata da non permettervi di avere una cadenza corretta, forse è il caso di camminare, anziché correre.

Appoggio del piede.
Sugli sprint di pochi secondi, che vedevamo prima, l’appoggio sarà maggiormente in avampiede, anche con poco appoggio del tallone. Tuttavia, in una salita “normale” non si deve correre appoggiando solo con la punta. Il primo appoggio con il terreno dev’essere di avampiede/mesopiede, ma poi tutto il piede deve toccare terra, così da distribuire al meglio l’impatto per evitare sovraccarichi.

Richiamo della gamba.
Quando si corre in pianura, specie quando si aumenta la velocità, il richiamo dietro della gamba è importante per migliorare l’economia di corsa.
Questo non vale però in salita. Infatti, con un eccessivo richiamo della gamba, la sottoporremo ad uno sforzo extra, dovuto alla forza di gravità. Inoltre, non è un movimento che porterà il nostro corpo nella direzione desiderata. Ci porterà sì avanti, ma non in alto.
Forse è anche per questo che paradossalmente vado meglio in salita che in pianura. Infatti, sono sempre stato un po’ carente circa il richiamo della gamba. E qua, contando meno, questa mia mancanza influisce poco sulle mie prestazioni.
Invece, in salita contano di più le nostre povere ginocchia, che torneranno protagoniste tra poco. Qua sono loro a comandare il movimento e più si aumenterà la pendenza e più sarà necessario portarle verso l’alto.

Postura.
Lo so che non è facile. E che in salita si tende a piegarsi in avanti. Lo faccio anch’io.
Però la cosa ideale sarebbe mantenere il busto più eretto, così da non affaticarci a livello lombare e a favorire la respirazione. Cercate di guardare per terra il meno possibile, perché piegandoci a parità di numero di inspirazioni immagazzineremo meno ossigeno.

Queste erano tecniche “di base”, per così dire. Valide per tutti quanti.

Adesso veniamo a tre modalità di movimento più tipiche del trail.

Mani sulle ginocchia.
Quando la pendenza si fa più tosta, si può salire appoggiando le mani sulle ginocchia. E’ una tecnica che uso anch’io in questi casi e la trovo davvero molto efficace ed efficiente dal punto di vista del consumo energetico.
Come si mette in pratica? In sostanza, si appoggiano le mani sulle ginocchia e contestualmente le braccia spingono verso terra le ginocchia stesse. Potrebbe sembrare controintuitivo, ma così facendo si crea una spinta verso terra che aiuta ad andare avanti spendendo meno energie.
Attenzione, però, perché per usare questa tecnica a lungo occorre avere una buona forza a livello di tronco, di torace e di lombari. Insomma, un po’ tutta la zona del core, per semplificare. Perché questa parte sarà particolarmente sollecitata. E casomai non fosse allenata, oltre a rendere meno efficiente il movimento, si rischierebbe di affaticarlo presto.
Credo che questa sia la tecnica più utilizzata tra coloro che devono affrontare salite impegnative, senza l’utilizzo dei bastoncini.

Bastoncini.
E veniamoci allora all’utilizzo delle bacchette.
Io non le ho mai usate, perché fin’ora ho sempre corso distanze e dislivelli contenuti. Perciò qua, lo dico subito, non parlo per esperienza personale.
L’utilizzo dei bastoncini permette fare forza con braccia, spalle e schiena, a patto di saperli usare come si deve. Infatti, anche per questo caso specifico occorre una tecnica ed una preparazione adeguata. Però, semplificando, i bastoni possono essere certamente un valido aiuto nel caso vi troviate ad affrontare trail particolarmente impegnativi per le vostre capacità. Ci sono svariate diverse opinioni in merito circa quando utilizzarli e perché. Io mi limito semplicemente a pensare che il limite debba essere dettato dalla vostra esperienza e dalle vostre possibilità.

Alternanza tra corsa e camminata.
Nel trail, ed in generale nelle salite più dure, non c’è nulla di male nel camminare.
Innanzitutto, è bene ribadire che camminare non è mai una sconfitta. Ancor meno quando si affrontano salite lunghe e impegnative.
Questa tecnica potrebbe sembrare banale. “Eh, che ci vuole a camminare in salita”, potrebbe dire qualche uomo della strada. Tuttavia, la cosa è decisamente meno scontata di quanto si potrebbe pensare. Perché, per essere attuata con efficacia, occorre che il runner abbia consapevolezza delle proprie capacità, così da saper capire i momenti giusti in cui si può correre e quelli in cui camminare.
Ovviamente, come spesso accade in questi casi, una buona organizzazione aiuterà. Perché essere consapevoli di quanto può durare una salita o quali pendenze bisognerà ancora affrontare, aiuterà nel saper perlomeno cosa ci sarà da affrontare successivamente. Questo ci aiuterà nel saper dosare meglio lo sforzo. In ogni caso, solo con l’esperienza e un bel po’ di fuorigiri mal gestiti si imparerà.

Correre in natura, e anche in salita, è bello. Ma non si può improvvisare. Ecco perché prima è necessario allenarsi adeguatamente.

Io ho scoperto l’amore per salita non da tanto tempo, che poi è un rapporto di amore/odio e chi fa trail sa a cosa mi riferisco. Ma spero che questo episodio possa motivarvi e consigliarvi in questo senso, per provare anche voi in modo consapevole.

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