Era da una vita che volevo fare una puntata con questo titolo, citando i Queens of the Stone Age: “Go with the flow”, come appunto la loro canzone.
Se non sapete di cosa sto parlando, rimediate immediatamente.
E pensare che quando ho ascoltato per la prima volta questa canzone ero ancora alle superiori… E la corsa la odiavo! La utilizzavo soprattutto in estate durante la preparazione atletica in vista del campionato di basket, ma in linea di massima meno correvo e meglio stavo. Come passa il tempo…!
Ma perché questo titolo? Oltre a voler fare i fenomeni e voler omaggiare una delle mie band preferite.
Beh, perché il flow, lo stato di flow, è una figata. Ma che cos’è? Di cosa si tratta?
Cos’è il flow?
Il flow è quello stato magico in cui tutto sembra funzionare alla perfezione. Sei completamente immerso in quello che stai facendo, il tempo sembra rallentare o accelerare, e la fatica quasi scompare. Non sto esagerando: è scienza!
Attenzione, che non va confuso con Il Runner’s high, anche chiamato lo “sballo del corridore”. Infatti, il flow dipende da dei fattori psicosociali ed è collegato all’attenzione che si pone su un determinato obiettivo per un certo lasso di tempo.
Invece, lo sballo del runner è una risposta chimica ad uno stimolo. Ha un effetto meno pronunciato e tendenzialmente è di più breve durata.
Per capirci: un momento di flow può durare anche per una gara intera, ma se vogliamo pure di più, con un periodo di concentrazione massima. Il runner’s high si può ottenere anche solo semplicemente uscendo di casa per correre un’oretta, così da avere una piccola gratificazione immediata.
Uno psicologo ungherese di cui mi rifiuto di provare anche solo lontanamente a pronunciare il cognome, è stato il primo a descrivere il concetto di flow. Il termine è nato nel 1975.
Secondo lui, il flow è uno stato di concentrazione totale, in cui la mente e il corpo lavorano in perfetta sintonia. È il massimo della produttività e del benessere mentale, quell’attimo in cui ci si sente di essere completamente “nel momento”.
Più precisamente ‘sto psicologo dice che questo stato ci porti ad una soddisfazione e gratificazione per ciò che si sta facendo. E nel mentre che si sta svolgendo l’attività siamo così tanto assorbiti da essa da perdere la cognizione di ciò che ci sta intorno: tempo, persone, oggetti, distrazioni varie, ecc…
Se vogliamo metterla più sul piano scientifico e meno romantico, in questi minuti di flow la corteccia prefrontale, che è una struttura del nostro cervello che si occupa del pensiero e della pianificazione, si calma ed è meno attiva.
Ciò consente ad altre parti del cervello, responsabili dell’esecuzione delle abilità e della concentrazione, di funzionare meglio. In pratica, ciò significa che si smette di preoccuparsi e di esitare, rendendo le prestazioni automatiche e senza sforzo.
Il flow nella corsa
E se ci pensate, riportando il tutto alla corsa, qualche volta vi sarà successo…
Cioè, se correte, come è probabile che sia se mi state ascoltando, sono sicuro che almeno una volta nella vita avete provato il flow senza magari sapere cosa fosse. È quel momento in cui le gambe girano, il respiro è fluido, il ritmo perfetto. Ci si sente leggeri, come se si fosse nati per correre. E lo si potrebbe fare all’infinito. Almeno, quella è la percezione di quei precisi momenti.
Ci si sente così bene che mentre si corre si sorride, ci si gode il momento. E di solito i pensieri qua sono quasi azzerati. Il cervello è attivo e spento allo stesso tempo. Ci siamo noi, la corsa e le nostre sensazioni. Come dicevo prima, menzionando la definizione di flow: si perde la consapevolezza di ciò che ci sta intorno.
Se vogliamo, per chi corre e magari ancor di più se lo si fa in gara, è il momento top, quello dove si va ad esprimere il potenziale al massimo. Dove si è concentrati solo sull’obiettivo da raggiungere. Ed il cervello in quegli attimi non ha neanche il tempo e la volontà di pensare ai timori, alle insicurezze, ai dolorini e a tutto ciò che potrebbe compromettere la performance.
Tendenzialmente, almeno a me, succede su percorsi familiari, su terreni dove non devo pensare troppo a dove mettere i piedi, oppure durante un allenamento lungo ma di corsa facile. Ma anche in certe gare, specialmente quelle dove sono bello concentrato.
Non mi rendo subito conto di quando ci entro: capita. Involontariamente. Ma poi, quando torno a casa le sensazioni post allenamento sono migliori.
Ovviamente, non dipende dal livello e dalle abilità. Può capitare a chiunque, dal più scarso al più forte. Non è solo una questione di forma fisica e di capacità atletiche. Il flow è proprio una combinazione di mente, corpo e ambiente. E dopo vediamo meglio come provare ad immergersi maggiormente in questa situazione.
Prima però, due parole anche sul come riconoscerlo. Cioè, quali sono le sue caratteristiche distintive?
- Fiducia e sicurezza nei propri mezzi
In sostanza, si sta cosa si sta facendo. Per riportarlo alla corsa, ci si è preparati per mesi per una gara, eseguendo tutti i vari allenamenti. E quando si gareggia si è fiduciosi che i compiti sono stati svolti. Non c’è nulla da inventarsi, se non il correre, seguendo il ritmo provato in precedenza. - Sfide alla portata
Questa è una cosa che ogni tanto ripeto in questo podcast. Quando si sceglie un obiettivo X è bene che sia complesso da raggiungere, ma non impossibile. Non è che se avete iniziato a correre da un mese potete pensare di fare il Passatore a maggio.
Però, se si è selezionata una sfida ben bilanciata, si sarà consapevoli di avere le capacità per raggiungerla. Il flow proprio si accende quando si sta svolgendo un compito complesso, ma alla portata. Una cosa troppo facile annoierà. Una troppo difficile risulterà irraggiungibile e quindi frustrante. - Azione e pensiero in connessione
La classica frase “Mente e corpo uniti”. Ecco, qua calza a pennello. Il cervello pensa di poter fare una cosa, tipo mantenere un certo passo al km e il corpo lo fa. Esegue tutto come da copione. - Perdita di consapevolezza
Lo accennavo anche prima. Per quanto ci siano dei tratti comuni e delle piccole strategie per provare ad entrarci, non è una cosa sulla quale abbiamo il controllo completo. Non possiamo premere il tasto “ON” e accenderlo. Ma è la mente che ad un certo punto ci fa entrare in questo stato, senza rendercene conto. Perdendo di vista tutto il resto. Come detto, ci siamo solo noi, la strada o il sentiero e chiaramente il muoverci. Si elimina ogni pensiero esterno e si vive il momento. Il “qui ed ora” che anche lui cito spesso qua dentro. - Percezione del tempo distorta
Anche questo già detto in realtà. Se siamo focalizzati sul fare una determinata cosa non ci rendiamo conto del tempo che passa. Questo vale anche al lavoro, per esempio. Ed in queste situazioni il tempo sembra come dilatarsi o restringersi. Passa ma non ce ne rendiamo bene conto. Soprattutto se avete disattivato quel benedetto “bip” ad ogni km fatto.
Ma quindi, come si entra nel flow?
Non c’è una formula magica. Come già accennato, non possiamo schiacciare il pulsante ed entrarci come se nulla fosse. Tuttavia, è possibile in qualche modo sviluppare questa “capacità”, chiamiamola così.
Nello specifico, chi ha studiato ‘ste robe ha definito 3 fattori che possono aiutare nel creare questo stato.
- Fisiologia
Quindi, come ci muoviamo. Pertanto, conta la tecnica di corsa, che va in qualche modo controllata. Soprattutto se vi accorgete che la stanchezza vi fa peggiorare in questo senso, cosa abbastanza normale per noi amatori, specie su lunghe distanze, provate a concentrarvi su come state eseguendo il mero gesto atletico.
Oltre banalmente a migliorare le performance, aumenterà la vostra concentrazione.
Conta anche come si respira. Se riuscirete a gestire il respiro in modo costante, concentrandovi pure su quello, potrete favorire lo stato di flow. - Dialogo interiore
Mente e corpo sono connessi, no? S’è detto pochi minuti fa.
E quindi se nel punto 1 c’era la parte più fisica, qua vediamo quella più mentale. Che poi in realtà – spoiler – ci sarà anche nel terzo fattore.
Ma restiamo intanto su questo.
Che cosa intendo per “dialogo interiore”? Si tratta di tutto quello che ci auto-diciamo. Che pensiamo. Sono cose che si tendono a sottovalutare, ma che in realtà possono aiutarci molto. Specialmente per mettere l’accento sugli aspetti positivi, distogliendo l’attenzione da quelli negativi.
E infatti, uno degli elementi è proprio il “Pensiero positivo”. Cioè, vedere il bicchiere mezzo pieno nelle varie situazioni che ci si presentano.
Un classico esempio è di contare i km. Se uno sta correndo una maratona può trovarsi al 20° km e dire “Cavolo, mancano ancora 22 km alla fine”. Oppure, può dire “Ho già corso per 20 km”. La situazione è la stessa, ma l’atteggiamento mentale è totalmente diverso.
Un altro aspetto collegato al dialogo interno è il “Mantra”. Che io onestamente uso poco. Però effettivamente può essere utile in questa situazione. Il mantra sarebbe una frase o un pensiero che è solo vostro. Una sorta di slogan, di grido di battaglia. Da ripetersi mentalmente mentre si corre, alla bisogna. Diciamo nei momenti in cui se ne percepisce la necessità, come potrebbero essere quelli di maggiore difficoltà. Teoricamente, lo si potrebbe anche vedere come la vostra filosofia con la quale andate ad affrontare la corsa o, nello specifico, la gara. - Concentrazione
Sempre in tema di testa: la concentrazione, il focus.
Ovvero, mantenere alta la propria attenzione sul momento, sul qui ed ora e ancora di più su ciò che si sta facendo.
Quindi, tenere costantemente traccia di come si sta, specialmente a livello di sensazioni. Se tutto è a posto, se si sta correndo rilassati, se il passo è corretto. Ovviamente, senza esagerare. Perché un controllo eccessivo e ripetuto potrebbe invece paradossalmente ottenere l’effetto contrario e generare stress. Semplicemente, farsi un controllino mentale ogni tanto. Del tipo “Ok, sì, sto correndo a 5 minuti al km, le gambe girano, le braccia sono rilassate, ho bevuto, ho preso il gel”. Cose così. Che si può sintetizzare con la parola “Consapevolezza”. Cioè, essere in controllo di ciò che si sta facendo.
Restando concentrati sul percorso, su quando alimentarsi, su quando ci sarà un ristoro, vivendo il momento. E più si vivranno intensamente questi km, senza per forza l’assillo di dover arrivare al traguardo, e più facilmente si potrà raggiungere questo famigerato stato di flow.
E quando il flow non arriva?
Parliamoci chiaro: ci sono giorni in cui il flow sembra un miraggio. Le gambe pesano, il fiato non c’è, e ogni chilometro sembra un’eternità. È normale, può capitare! La chiave è non farsi prendere dal panico e non forzare. Non è un lavoro. Ma solo una sensazione. Ed in quanto tale, la si può ricercare, ma non si può mai avere la certezza di ottenerla.
E a volte è necessario invece accettare che il corpo abbia bisogno di una giornata “no”. Può succedere. Ed essere consapevoli è la cosa migliore che si possa fare.
Il flow è ovunque
Per chiudere, mi piace sottolineare come questo flow non si limiti solo alla corsa, sebbene oggi abbia parlato di quello. Ma del resto, questo è un podcast di running, che altro vi aspettavate?
Però davvero, può arrivare mentre si scrive, si cucina, si guida, si ascolta musica, si registra un podcast, proprio come sto facendo io ora.
È un promemoria che, quando ci immergiamo completamente in quello che amiamo, con un obiettivo chiaro, tutto diventa più facile ed appagante.
