Trust the process

Chi di voi segue l’NBA, leggendo il titolo di oggi avrà subito pensato a Joel Embiid.

E giustamente, direi. L’avete azzeccata!
Infatti, per l’argomento della puntata odierna mi sono proprio ispirato alla frase “Trust the process”.

Invece, per chi non seguisse il mondo della palla a spicchi d’oltreoceano, ve la spiego brevemente. “Trust the process” è una frase che qualche annetto fa ripeteva davvero di continuo il centro dei Philadelphia 76ers Joel Embiid. La citava in quasi ogni intervista, al punto da farla diventare iconica, anche al di fuori del circolo della NBA.

In sostanza, il significato di questo mantra, coniato durante un periodo difficile di ricostruzione della squadra, è fondamentalmente “Le cose possono sembrare negative adesso, ma abbiamo un piano in corso che migliorerà la situazione. Fidatevi.”.

Ma perché tiro fuori questa cosa adesso? E cosa c’entra con la corsa?

Perché nel running, in particolare se ci si concentra su gare di lunga distanza, occorre che ci sia una visione al futuro. Con obiettivi a medio e lungo termine.

E per raggiungere questi obiettivi si passa attraverso un processo di crescita.

Credo che per noi sia bello e, vi dirò di più, sia importante innamorarsi del processo. Di ciò che occorre fare per raggiungere un determinato obiettivo.

Bisogna avere un focus su quello che si vuole ottenere e lavorare con costanza per ottenerlo. Che potremmo semplificare dicendo che è bene sapere dove si sta andando.

Ma questo non basta per assicurarci il successo. Per raggiungere il nostro traguardo.

Per farlo, come accennato, dovremmo passare da un periodo di lavoro, di allenamenti, di sacrifici.

Da questo processo. Da qui la mia idea del “Trust the process” e dell’innamorarsi di questo processo.

Credo sia davvero necessario avere una vera e propria devozione verso il processo di crescita perché questa è la nostra quotidianità. Sono i singoli allenamenti. Tutti quei piccoli mattoncini che messi insieme costruiscono la casa.

Perciò, è giusto sapere cosa si vuole ottenere, ma anche come fare per arrivarci, con i piccoli sforzi di ogni giorno.

E’ bello pensare ad una gara tra 6 mesi. Ma come ci arriviamo? Come ci alleniamo oggi, domani, la settimana prossima, il mese prossimo?

Ed il processo, forse, ha meno appeal del risultato finale. Diciamocelo pure, è la parte noiosa. La parte che non sta sotto la luce dei riflettori. Perché lo sappiamo tutti quanto sia figo farci le foto con il pettorale appiccicato addosso e la medaglia al collo al termine di una gara. Ma per arrivarci occorre lavorare quotidianamente. Ecco, questo quotidiano è il processo.

E’ la parte che non si racconta mai o quasi. La ripetitività, la noia dei soliti allenamenti lenti, delle solite ripetute del cavolo, del solito potenziamento fatto a casa.

Ma per crescere, per migliorare, come atleti, ma anche come persone, dobbiamo imparare ad amare questa routine. Questa quotidianità. A comprenderne il significato e la rilevanza. A farla nostra.

Credo che sia anche importante trovare il giusto equilibrio tra il focus sulla gara a lungo termine e l’amore per il processo ripetitivo.

E spesso, mi ci metto dentro anch’io in questo, questa è la parte che viene raccontata meno. Cioè, a me viene spontaneo fare una puntata sulla gara X, non sull’allenamento di ripetute del martedì.

E’ più bello raccontare qualcosa di figo, un aneddoto, un avvenimento, che per usare un parallelismo un po’ abusato, è la famosa punta dell’iceberg. Leggiamo i libri o vediamo i video sempre delle gare dei top runner o trail runner mondiali. Ma mai di tutti i loro singoli allenamenti, no? E vediamo quello che fanno ora: Eliud Kipchoge ha vinto la maratona olimpica, François D’Haene ha vinto l’UTMB, Jim Walmsley ha vinto Western States, Courtney Dauwalter ha vinto tutto quello che c’era da vincere… e così via.

E per carità: anche questa parte è giusto che ci sia. E’ quella che fa vendere i libri, fa fare le views ai video, fa felici gli sponsor, fa campare. Ma non si racconta di come ci sono arrivati. La parte interessante per noi è anche il percorso, il processo, appunto. Come sono arrivate oggi ad ottenere questi risultati. Ok, oggi vincono le gare, ma io voglio sapere anche quando correvano alla gara di paese, con in palio il salame.

Sì, in alcuni libri e biografie queste cose ci sono anche. Lo so. Ma qua il concetto che voglio farvi passare è più ampio, non so se mi spiego. Ciò che davvero è essenziale per i super atleti, ma anche per noi, è il percorso. E non solo la storia, l’evento, l’aneddoto.

Conta la fatica, i fallimenti, gli errori, gli infortuni, gli ostacoli, gli allenamenti, i momenti di crisi, ma anche quelli di crescita, la pazienza, le lezioni imparate con l’esperienza accumulata strada facendo.

E poi, prima di chiudere, metterei un ulteriore accento sul “trust”. Sul fidarsi. Soprattutto se siete seguiti da un allenatore, magari da poco tempo, così come il sottoscritto. Potrebbe essere che all’inizio la situazione vi sembrerà nebulosa, con il traguardo finale molto distante e apparentemente irraggiungibile. Ma dovete avere fiducia in chi vi sta guidando e seguire al meglio le sue indicazioni per crescere.

Anche questo fa parte a pieno di titolo del nostro e vostro percorso di crescita.

Per completezza d’informazione e anche per onestà intellettuale, è giusto dire che in verità il “Process” dei Philadelphia 76ers che raccontavo a inizio puntata poi non abbia avuto un super lieto fine. Nel senso che alla fine della fiera, la squadra non è mai riuscita a rinverdire i fasti dei tempi di Allen Iverson. E dopo il “Process” sì, sono diventati un buon team, ma non realmente forti al punto da essere dei veri e propri contender per il titolo NBA. Ma questa è un’altra storia!

Ascolta la puntata!

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