Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Extra running – Ma perché faccio podcast?

La maggior parte di voi lo saprà già: qualche settimana fa sono stato ospite al “Festival del Podcasting” in qualità di speaker. Ho preso parte ad una tavola rotonda a tema sport e podcast con altri colleghi che parlavano di altri sport.

Premessa: la puntata di oggi non parlerà di corsa. O almeno, non lo farà nel senso più stretto del termine. Magari per correttezza lo segnalerò nel titolo dell’episodio in qualche modo.

Ma è più che altro un pensiero che ho fatto dopo questa tavola rotonda, appena nominata.

Per cui, mi scuso già ora in anticipo per l’argomento trattato, che probabilmente non interesserà a molti. Non mi offendo se decidete di chiudere qua l’episodio.

Per chi però vuole andare avanti, mi spiego meglio.

Il Festival del Podcasting è stato un evento molto figo: ho avuto intanto l’onore di essere selezionato tra i podcast a tema sport ed aver di conseguenza ricevuto l’invito. E poi lì ho avuto la possibilità di conoscere tante altre persone amanti di questo mezzo. Alcuni poi personaggi che seguo ed ascolto da tempo. Per me un vero e proprio onore essere lì con loro.

Mi ha fatto estremamente piacere essere lì. Ne sono super onorato e super felice. Ho conosciuto un sacco di gente figa, simpatica ed interessante.

Personalmente, è stata una splendida esperienza a tutto tondo. Ero un po’ come un bambino in un parco giochi.

E per tutto questo devo anche dire grazie a Paolo, per avermi scelto.

Dei miei splendidi compagni di merende della tavola rotonda, c’era chi parlava di basket, chi di NFL, chi di più sport, ma con una visione in cui ogni disciplina ha la sua dignità, non rendendo il tutto solo calcio-centrico.

Tuttavia, il tema principale che è stato poi sviscerato all’interno di questa tavola rotonda sullo sport mi ha lasciato parzialmente l’amaro in bocca.

Perché nei 30/40 minuti in cui siamo stati sul palco si è parlato quasi e solo esclusivamente del podcast come mezzo di monetizzazione. Senza considerare però che non tutti la pensano così. Che non è questo l’unico fine e l’unico modo di farlo.

In quel momento, vuoi per l’emozione, vuoi per il poco tempo a disposizione, vuoi per l’incalzare della discussione, non sono stato in grado di esprimermi al 100%. E di dire ciò che effettivamente penso a riguardo.

Un po’ “Esprit de l’escalier”, se vogliamo. Cioè, non avere nell’immediato una risposta adeguata, che invece arriva solo in un secondo momento, quando si è ormai “sulla scale”, fuori casa ed è troppo tardi per usarla.

Ecco. Risposta che appunto farò adesso. Anche se ormai altro che sulle scale. Sono ampiamente tornato a casa da un pezzo. Sarà un pistolotto forse fastidioso per qualcuno, me ne rendo conto fin dal principio.

Ballerò a modo mio tra “Fare della retorica insopportabile come Sandro Curzi” (cit.), lo scazzo e l’argomentazione della mia tesi. Lo so che il confine è labile. Spero solo di non risultare troppo pedante.

Ma veniamo alla ciccia.

Infatti, al Festival del Podcasting ognuno ha espresso giustamente la propria opinione in merito. E sono nati anche degli spunti interessanti sul come provare a fare del podcast un vero e proprio lavoro full-time. Non entro adesso nel merito delle varie modalità, tecniche, strategie e filosofie. Non è di questo che voglio parlare.

Il punto è che dei presenti sul palco, da quanto ho avuto modo di capire, solo il moderatore poteva permettersi di produrre contenuti H24 e sopravvivere con essi. E aggiungerei: non solo “poteva”, ma anche “voleva”.

Nonostante questo, non è stato mai menzionato il fatto che FORSE non tutti fanno podcast e contenuti in genere per farci sopra dei soldi.

Perlomeno, non è così per me.

Io, come ho spesso raccontato, ho iniziato a fare podcast per migliorare nella mia capacità espositiva. Competenza che poi mi è servita e mi sta tutt’ora servendo nel lavoro e nella vita.

E poi è sfociato anche in altre motivazioni col passare del tempo e con l’evolvere del progetto.

Certo, anch’io ho il mio sistemino per fare qualche soldo. Non voglio fare l’ipocrita. Lo so bene che io stesso chiedo soldi in praticamente tutte le puntate.

Ma una sovvenzione popolare come la mia, è veramente per pagare le spese. L’approccio è totalmente diverso da chi lo vuol fare per arricchirsi.

Credo abbiate capito cosa intendo.

È chiaro che mi fa piacere se arriva un Patron in più o se qualcuno fa una donazione su PayPal o compra una maglietta. Ma non faccio podcast per questo motivo.

Tuttavia, sono gesti come questi appena nominati a rendermi orgoglioso di ciò che sto facendo. Ad attestare che il mio podcast è stato in grado di creare del valore reale per le persone. Al punto dal convincerle a sostenere il progetto. Assolutamente senza alcuna imposizione da parte mia. “Da 0 a 42” è gratuito e lo sarà per sempre. Chiaramente qualche piccola ricompensa extra per chi mi sostiene c’è, ma è più che altro per scacciarmi di dosso la maledetta sindrome dell’impostore.

Però, come dicevo, io faccio podcast per altri motivi.

Scomodiamo per l’ennesima volta Simon Sinek e partiamo dal perché.

Oltre alla crescita mia, personale, lo faccio perché mi diverte. Perché racconto i cazzi miei, come farei con un amico, ed incredibilmente ci sono centinaia di pazzi pronti e vogliosi di ascoltarli.

Lo faccio perché così ho potuto costruire delle belle relazioni personali. Anche di qualità.

Nate on-line, ma poi anche sfociate nella realtà.

Per me è una enorme soddisfazione ricevere un messaggio privato, in cui mi viene scritto che ho contribuito al cambiamento e miglioramento del suo stile di vita. O che l’ho motivato a correre di nuovo. O aumentare i chilometraggi. Non sono di certo un guru o cos’altro. Ma umanamente mi riempie di soddisfazione.

Così come è bello quando alle gare mi riconoscono e si parla. Alla partenza e all’arrivo, così come durante la gara stessa. Non tanto per pompare l’ego in sé, ma per sapere che non sono solo. Per parlare a chi ha il mio stesso dizionario. Consapevole che non sto parlando al nulla. Ma che, anzi, c’è chi ascolta e condivide il mio modo di vivere il running.

Se poi dopo la gara ci si beve una birra insieme, ancora meglio.

Preferisco di gran lunga andare a correre con un mio ascoltatore, che poi presumibilmente diventerà mio amico, che vederlo solo come una “Buyer Persona” asettica.

Quanto cazzo è figo organizzarsi con qualcuno per andare a correre insieme? Chissenefrega se poi mi darà dei soldi con Patreon o con qualche altro mezzo.

La compagnia, l’umanità, la simpatia e questi sentimenti sono impagabili. Letteralmente. 

Non lo dico perché non arrivo a chissà quali numeri a mò di “La volpe e l’uva”, ma perché è così che vivo. Anche e soprattutto offline.

Che poi non sono di certo l’unico. Giusto per fare un esempio, al Festival alcuni erano giornalisti e fanno podcast per aumentare la propria autorevolezza, nonché per avere un canale non collegato a nessuna testata dove esprimersi liberamente.

Eppure, l’altro giorno sul palco si parlava tanto di numeri. “Questi tuoi ascoltatori pagano?” mi è stato chiesto.
Sì, certo. Qualcuno paga. Ma non è questo il punto. Per nulla.
Forse si è proprio perso di vista il nocciolo della questione. Ovvero, che le persone sono… persone! Sono esseri umani. Ognuno con la propria individualità.

Non sono dei numeri. Non sono degli utenti da spennare, ognuno con sopra un cartellino e relativo prezzo.

Chi mi ascolta lo fa consapevole di vederla grossomodo come me. Ed io stesso non parlo per far sì che queste persone mettano mano al portafogli, ma che invece siano felici di ascoltarmi.

E che tra noi si possa costruire una vera relazione umana.

Confrontarsi, chiacchierare di corsa. O anche di altre cose, pure molto più importanti del running, come poi con qualcuno è successo come naturale conseguenza. Perché non ho visto queste persone come dei clienti, ma come ciò che sono: esseri umani. Come me. Alla pari. Tutti con la propria dignità, personalità ed identità. Cosa che invece si tende a dimenticare.

Voi gli amici in base a cosa li valutate? Una persona per voi è considerabile “amico” se vi offre una birra o se è disponibile spesso per parlare e scambiare opinioni? Per darvi una mano. Per sostenervi.

Di solito poi la birra offerta è una conseguenza dell’essere amici. Non il contrario.
Non si diventa amici perché mi viene pagato qualcosa. Ma semmai dopo che saremo diventati amici verrà naturale offrirsi vicendevolmente delle birrette.

Ed il valore di un rapporto umano non si pesa in denaro. Ma in ciò che si costruisce a livello personale. Che vale molto di più dei soldi. Lo so che questi sembrano discorsi retorici, triti e ritriti. Ma penso che sia davvero così. Anche perché se in Italia fossero attivi solo i podcast in grado di generare una revenue tale da far vivere una persona solo con quello, i canali solo audio indipendenti si conterebbero sulle dita di una mano.

Si parla tanto di “community”, ma forse lo si fa solo guardando le statistiche. Le demografiche. “I nostri ascoltatori hanno dai 14 ai 40 anni”. Ma tieniteli questi dati!

E qua parla l’uomo di marketing che è in me, non è nemmeno così che si fa uno studio sul tone of voice. O meglio, questa è solo una piccolissima fetta.

E così capita che si parta dal presupposto che queste persone debbano diventare dei clienti paganti. Ma credo che in questo approccio ci sia qualcosa di sbagliato.

Ovviamente, secondo me. Perché ognuno è liberissimo di fare podcast e video come minchia gli pare. E se per lui è bene focalizzarsi sulla venalità, liberissimo di farlo. Di conseguenza così si attireranno certe persone. Che probabilmente non vorrei tra i miei ascoltatori.

Io preferisco una platea più piccola, ma selezionata. Di veri e propri ultras. Pochi ma buoni. In quantità contenuta, ma che siano con me. Che la vedano come me. E anche se non sono d’accordo su un determinato argomento, che siano in grado di sostenere una discussione costruttiva.

E devo dire che ad oggi è così. Ne sono enormemente grato.

Mi è stato fatto notare un po’ tra le righe come la mia linea editoriale non attirerà mai dei grossi numeri.

E qua mi vengono in mente i versi di Pierangelo Bertoli, in “A muso duro”.
Me li sono appuntati, perché ci tengo ad essere preciso.

“Adesso dovrei fare le canzoni
Con i dosaggi esatti degli esperti
Magari poi vestirmi come un fesso
E fare il deficiente nei concerti”

Ma anche “Canterò le mie canzoni a tutti loro
E alla fine della strada
Potrò dire che i miei giorni li ho vissuti”

Ecco, sostituite la parola “canzoni” con “podcast” e più o meno ci siamo.

Perché sì, non ho la minima intenzione di fare il buffone, di buttarla sulla caciara “alla Biscardi”, di svendermi per un brand, di buttar via la mia personalità ed individualità, la mia morale, per fare qualche ascolto ed euro in più.

Scusate ancora una volta l’approccio da orso abbracciatutti. Ma per me è meglio essere una buona persona, che un grandissimo podcaster.

Alla fine delle fiera… Perché faccio podcast? Per tutti questi motivi: per crescere, per costruire relazioni sane anche e soprattutto al di fuori del web, per divertirmi, per diventare io per primo una persona migliore. L’arricchimento per me è questo. E non ha nulla a che vedere con il conto in banca.

Ascolta la puntata!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: